di Bianca Cerri

All’incirca un anno fa, il sergente americano Bryce Syverson non era altro che merce scaduta per i medici dell’ospedale psichiatrico che l’avevano in cura e che non gli consentivano neppure di allacciarsi le scarpe da solo. Ora i medici si sono ricreduti e Syverson, che pure continua a fare discorsi strani ed ha perso completamente il senso dell’orientamento, è stato rispedito in Iraq con la qualifica di “abile”. Di soldati come lui, costretti ad abbandonare cure e famiglia benché incapaci di rapportarsi alle dure condizioni della vita militare, sia in Iraq che in Afghanistan se ne contano ormai a decine. Svolgono gli stessi compiti dei compagni sani di mente, ma si abbandonano molto più spesso alla violenza contro civili inermi e non è raro che compiano atti auto-lesionistici portati all’estremo contro la loro stessa persona. Il ministero della Difesa USA ha ammesso che raramente i militari in partenza vengono sottoposti a test psichiatrici ma non sembra disposto a fare nulla per impedire che almeno i soggetti con una storia di disagio mentale vengano arruolati. Solo l’uno per cento viene rispedito in patria al manifestarsi di comportamenti anomali e violenti. Intanto, le statistiche dimostrano che il numero dei suicidi tra i soldati di stanza in Iraq ed Afghanistan ha raggiunto di nuovo livelli di guardia.

di Elena Ferrara

L’Oltretevere parla di “approccio socio-politico” ed auspica il superamento della linea di confine tra le culture europea, russa, cinese e musulmana. E per sviluppare questa azione di “proselitismo intelligente” con un progetto ideologico globale mobilita alcune teste d’uovo più sensibili alla tematica relativa all’espansione del credo vaticano. Non a caso la scelta del complesso impianto teorico cade sul “Centro per gli Studi dell’Est”, che ha sede a Varsavia e che vede impegnati religiosi e studiosi come Jacek Cichocki, Maciej Falkowski e Krzysztof Strachota. Tutti pronti all’attacco dell’Asia, in grande stile. Il Vaticano studia così le mosse future seguendo gli sviluppi attuali della geopolitica asiatica: prepara piani a medio e lungo termine. Partendo dalla considerazione che l’Occidente rivela sempre più una crescente miopia nei confronti di quanto avviene oltre agli Urali, nel nord e nel sud asiatico, in particolare in Cina. La politologia occidentale, infatti, si dedica all’economia e alle relazioni diplomatiche e non guarda molto - è la tesi degli studiosi d’Oltretevere - ai rapporti reali con le popolazioni e tra le popolazioni.

di Alessandro Iacuelli

Liberate le infermiere bulgare e il medico palestinese, il presidente francese Nicolas Sarkozy si è affrettato a recarsi in Libia per firmare un accordo commerciale. La Francia si è dichiarata disponibile a fornire un reattore nucleare per la potabilizzazione dell'acqua di mare. Ma a fremere non è solo la diplomazia di Parigi: alla volta di Tripoli è partito anche il viceministro degli esteri britannico, Kim Howells, mentre il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, spera di poterci andare presto. La Libia possiede grandi giacimenti di petrolio e di gas, cosa che le permetterebbe di diventare un Paese "appetibile" a quelle stesse diplomazie occidentali che l'hanno isolata qualche decennio fa. Così, durante la visita ufficiale francese, il presidente Sarkozy ed il premier libico Gheddafi hanno firmato un un memorandum di intesa per la cooperazione in un progetto di energia nucleare, secondo quanto annunciato da un portavoce del governo francese. "L'obiettivo è di collaborare per lavorare all'installazione di un reattore nucleare in Libia finalizzato alla desalinizzazione dell'acqua del mare ed alla fornitura di acqua potabile", ha detto lo stesso portavoce.

di Carlo Benedetti

MOSCA. C’è uno sciopero operaio che agita la stagnante vita sociale e sindacale della Russia. Potrebbe avere conseguenze inaspettate: estendersi e trovare nuovi punti di appoggio. Focolai di una “guerra salariale” per normali condizioni di vita. Il segnale arriva da una fabbrica che è il cuore della classe operaia locale. Tutto accade sulle rive del Volga dove, a partire dal 1964, è sorta la città dedicata a Togliatti. Allora fu un gesto di simpatia politica che il Cremlino volle esprimere nei confronti del Pci. Ma fu, allo stesso tempo, l’avvio della costruzione di una azienda automobilistica (realizzata con la diretta collaborazione della Fiat e denominata “AvtoVaz”) che doveva segnare una svolta nella vita industriale dell’Urss. Da allora le auto che escono dalle catene di montaggio di “Città Togliatti” portano il nome delle colline a ridosso del Volga, le “Gigulì”. Tutto ok, quindi. Automobili, prestigio, notizie di nuove soluzioni tecnico-industriali ed altro ancora. Ma anche - dopo il crollo dell’Unione - giro di oligarchi e di grandi speculazioni favorite da un Cremlino onnipresente e mai attento ai danni provocati dalla nuova classe padronale. Ed ora la situazione esplode (mentre l’azienda è controllata dalla holding “Rosoboroneksport” che è poi quella che ha il monopolio statale dell'export di armamenti) con uno sciopero mai visto che blocca l’azienda e coinvolge l’intera comunità: 110.000 dipendenti fra operai, tecnici, ingegneri e amministrativi.

di Daniele John Angrisani

Nelle more della politica internazionale, di questi tempi ci si trova sovente di fronte ad alcune questioni a prima vista incomprensibili per una mente normale. Una di queste è sicuramente la problematica relativa all'indipendenza della provincia serba a maggioranza albanese, il Kosovo. Da un lato sono schierati i kosovari che, con l'appoggio degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, chiedono a gran voce l'indipendenza del proprio Paese; dall'altro il governo di Belgrado che invece, con l'appoggio forte dei russi, è impegnato a cercare di evitare, in tutti i modi, che tale prospettiva possa tramutarsi in realtà, in quanto considera la provincia come parte storicamente integrante del proprio territorio. Il Kosovo, a seguito della guerra del 1999 e della sconfitta della Serbia di Milosevic, è diventato un protettorato internazionale protetto dalle truppe della NATO su mandato delle Nazioni Unite, in attesa dei negoziati che si sarebbero dovuti tenere tra serbi e kosovari sullo status definitivo della provincia. Son passati anni e di questi negoziati non si è vista alcuna traccia fino a tutto il 2006. Nel frattempo, sotto gli occhi vigili delle truppe internazionali, si è potuto procedere ad una vera e propria pulizia etnica dei serbi ancora viventi in Kosovo che sono stati sottoposti ad ogni sorta di violenza da parte dei reduci dell'UCK, la guerriglia kosovara, senza nessuno che abbia mosso un dito in loro difesa, fino ai pesanti scontri del 2004. Da allora vige una sorte di "convivenza gelida" tra le due etnie.


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