di Maurizio Musolino

La decisione dell'Unione europea di sospendere i fondi destinati all'Autorità nazionale palestinese non ha sorpreso nessuno. Innanzitutto perché arriva dopo una analoga decisione assunta nei giorni precedenti dall'Amministrazione statunitense, confermando così una preoccupante sudditanza verso la Casa Bianca; poi perché si somma ad una serie di misure che da oltre due decenni caratterizzano le politiche dei Paesi occidentali in quell'area del mondo. Infatti, dietro una facciata fatta da accuse durissime verso Hamas, di minacce (spesso risultate concretissime) e da proclami di lotta contro l'integralismo islamico, si nasconde una strategia che ha, più o meno colpevolmente, favorito proprio l'espandersi dell'islam politico.
Ripercorriamo velocemente questi ultimi due decenni. Partiamo con la decisione, presa dai governi israeliani nella prima metà degli anni Ottanta, di sostenere, a volte con aiuti concreti altre chiudendo un occhio, la nascita dell'organizzazione Hamas. Lo scopo dichiarato di questa complicità era allora quello di creare un contro altare all'Olp e a Fatah, insomma dividere il popolo palestinese per meglio controllarlo e dominarlo. Una sconvolgente ammissione a questo proposito arrivò nel 1994 proprio da Itzak Rabin, che in occasione di un attentato messo a segno da Hamas, dichiarò che le responsabilità precise sulla nascita di quella organizzazione risiedevano proprio nei palazzi dei servizi segreti di Israele. Parole pesantissime.

di Carlo Benedetti

Un' immagine del vertice tenutosi a Mosca Il Cremlino alza il tiro nei confronti della politica americana nell'area dell'Islam e critica duramente la posizione israeliana sul Medio Oriente. Tutto avviene mentre s'intravedono montare i marosi di una polemica a livello internazionale. Ma la Russia di Putin sembra proprio non temere le reazioni e continua ad ostentare certezze. Affida l'intera "offensiva" ad un uomo politico di primo livello. Perché, appunto, è proprio Evghenij Maksimovic Primakov (classe 1929, massimo esperto del mondo arabo, ex primo ministro ed ex ministro degli Esteri) che torna sull'arena politico-diplomatica per lanciare - dopo il crollo dell'Urss e degli allora forti rapporti con il mondo arabo - una nuova pagina della diplomazia russa. Primakov, che è attualmente il responsabile dell'attività politica ed economica della Camera di Commercio russa, attacca su tutti i fronti Washington e Tel Aviv. Lo fa con un duro intervento alla prima riunione del gruppo "La Russia e il mondo islamico" che vede la partecipazione di politici ed ex ministri degli Esteri di venti paesi musulmani, come Iran, Arabia Saudita, Giordania, Pakistan, Turchia, Egitto, Algeria, Indonesia e Malesia.

di Carlo Benedetti

Tra Russia e Cina maturano nuovi equilibri con una crescita tumultuosa di contratti ciclopici e di grandi affari ai livelli più diversi, che hanno portato l'interscambio oltre i 29 miliardi di dollari. E così si può affermare che se la cortina sovietica è caduta da tempo, ora è la muraglia cinese che si sgretola sotto i colpi della distensione economica. Vanno in soffitta i vecchi adagi delle diplomazie di Pechino, segnati dal ritmo del ping-pong, e quelli di Mosca con quei "se son rose fioriranno". Tutto è un retaggio del passato. Perché i fatti sono chiari e il nuovo rapporto tra i due paesi è sotto gli occhi della comunità mondiale. Putin ha raccolto la sfida del presidente cinese Hu Jintao ed al recente vertice di Pechino ha firmato accordi economici e commerciali di valore epocale. In pratica una sorta di ritorno alle relazioni degli anni '60, prima della drammatica e pesante rottura ideologica e politica tra la Mosca kruscioviana e la Pechino maoista. Ora si volta pagina definitivamente. Ma vediamo cosa è accaduto in concreto e quale è stato il bilancio economico uscito dagli incontri bilaterali. Per Mosca la "carta" cinese è d'estrema importanza, non tanto per le implicazioni economiche quanto per il significato politico che assume: una ripresa a tutto campo dei rapporti con la grande potenza asiatica.

di Bianca Cerri

Trentotto anni fa, il 4 aprile del 1968, un balordo di provincia in cerca di gloria uccideva Martin Luther King, premio Nobel per la pace, il cui nome sarebbe passato alla storia come leader della lotta per i diritti civili degli afro americani. Sono tuttavia pochissimi i giornali americani che hanno ricordato la figura di King ed il suo impegno per l'abolizione delle leggi razziali ancora in vigore alla fine degli anni '50. Un impegno testimoniato dalle lettere scritte da una prigione di Birmingham, in Alabama, che costituiscono tuttora una denuncia appassionata della sua crociata per la giustizia. Martin Luther King è riconosciuto all'unanimità come l'apostolo della resistenza non violenta, il suo famoso discorso dell'agosto 1963 è conosciuto in tutto il mondo per via della fatidica frase I have a dream. Il mito vuole che il suo ideale fosse l'uguaglianza per tutti gli uomini, come testimoniano anche le omelie che infiammarono le folle; anche se, a ben guardare, mancarono spesso di elementi concreti.

di Fabrizio Casari

E' diffuso convincimento che la guerra é una cosa troppo seria per farla fare ai generali. Altrettanto diffuso è il convincimento che l'informazione la debbano fare i giornalisti, o almeno dovrebbero. Ma visto dal punto di vista del Pentagono, questo refrain ha un significato diverso; i militari fanno le guerre e producono l'informazione necessaria a farle vincere. Ma come è possibile determinare uno schieramento assoluto da parte dei media a sostegno dei militari e delle scelte politiche che li muovono?
Alla fine di gennaio del 2006, il National Secutity Archive, ha pubblicato un documento declassificato del Pentagono che bene illustra come l'informazione sia annoverata tra gli obbiettivi di guerra dell'Amministrazione Bush.
Intitolato Information Operation Roadmap, il documento, a firma di Donald Rumsfield e datato 30 ottobre del 2003, prende in esame tutte le possibili attività militari relazionate all'obiettivo di controllare l'informazione. Guerra elettronica, intossicazione dei media, operazioni psicologiche e, soprattutto, "guerra ad Internet", sono le operazioni che i militari statunitensi hanno pianificato - e realizzato - con lo scopo di produrre punti di vista favorevoli alla politica del governo degli Stati Uniti.


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