di Cinzia Frassi

Il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), firmato il 1 luglio del 1968, che ad oggi vede l'adesione di 189 paesi, segna un confine netto tra gli stati "militarmente nucleari" e quelli che non lo sono, introducendo obblighi a carico di entrambi.
I paesi che hanno esploso un ordigno nucleare prima del 1 gennaio 1967, quindi Cina, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Russia, si impegnarono a "non trasferire un'arma nucleare o altro ordigno nucleare esplosivo e a non assistere gli Stati non dotati di armi nucleari nella fabbricazione di tali armi".
Gli Stati firmatari del trattato non dotati di armi nucleari, si impegnarono invece a non fabbricare né ricevere armi nucleari e a non chiedere né ricevere assistenza per la loro fabbricazione.
Fin qui è chiaro. Chi detiene un'arma atomica se la tiene, mentre chi non ne ha una non deve procurarsene.
Ma veniamo agli obblighi. Gli Stati militarmente armati si assumevano l'obbligo di prendere misure effettive per procedere sulla strada del disarmo nucleare mediante negoziati, per interrompere la corsa alle armi nucleari.

di Raffaele Matteotti

In Afghanistan le cose vanno di male in peggio. George W. Bush aveva dichiarato che la guerra afgana era vinta nel lontano 2001, ma dopo quattro anni la guerra continua. Gli Stati Uniti, oltre alla guerra in Afghanistan, in realtà hanno perso anche la guerra alla droga, iniziata da Reagan e persa definitivamente da Bush junior. La "War on drugs" è stata un'antesignana della war on terror, uno strumento molto simile attraverso il quale gli USA legittimavano il loro intervento in altri paesi sul presupposto di una "guerra" a un fenomeno e sulla pretesa che questo potesse essere contenuto o sconfitto con la forza delle armi. Come la lotta al terrorismo, la War on drugs ha assorbito miliardi di dollari dei contribuenti americani negli ultimi venti anni per ottenere risultati prossimi allo zero. L'unico risultato evidente è rappresentato dal Plan Colombia, un'operazione americana grazie alla quale il paese latinoamericano è stato devastato senza alcuna conseguenza sulla produzione di stupefacenti.

di Carlo Benedetti

Lega araba Il recentissimo vertice che a Khartoum ha visto riuniti 22 paesi della Lega Araba si è caratterizzato non solo per alcune assenze eccellenti(quella del Re saudita Abdullah, tanto per fare un esempio) ma soprattutto per la eco che ha avuto in un paese lontano, come la Russia. Tanto che si può affermare che è la prima volta - dal crollo dell'Urss - che si stabilisce una sorta di "filo rosso" tra il Cremlino e la Lega. I motivi di una tale attenzione (carica anche di costi politici pesanti ed imprevedibili) vanno ricercati in primo luogo nel fatto che l'intero mondo arabo rappresenta oggi, per Putin, una concreta alternativa alle già imperanti strategie "eurasiatiche" e "americane". E non va dimenticato, in questo contesto, che Mosca si muove - sempre più - con estremo pragmatismo nei confronti dell'Islam. Atteggiamento, questo, che fa dire ad alcuni politologi che, oggi come oggi, l'Islam può vantare su Mosca gli stessi diritti della religione ortodossa. Di qui l'apertura di un vero e proprio dossier arabo carico di note, analisi e programmi che si trova sul tavolo di Putin.

di Bianca Cerri

Jack AbramoffUna notizia battuta da Associated Press il 24 marzo scorso aveva gettato su Jack Abramoff, che ieri è stato condannato a cinque anni di carcere per l'acquisto di una società specializzata in casinò galleggianti, la pesante ombra di mandante dell'omicidio dell'armatore greco Gus Boulis, ex proprietario della stessa. Che sul capo del lobbista americano si stessero addensando oscure nubi l'avevamo predetto con larghissimo anticipo, non grazie a particolari doti medianiche ma semplicemente perché l'idea di mostrarci riverenti nei confronti di taluni personaggi non ci preoccupa affatto.
George Bush ha ritenuto opportuno lasciare Washington per una visita ai agli studenti di Cancun proprio mentre Abramoff veniva condannato, evitando così fastidiose domande sia sulla sentenza che sull'eventuale coinvolgimento del super lobbista nell'omicidio su commissione di Gus Boulis.
Il presidente americano aveva già fatto sapere di avere nulla a che spartire con affaristi privi di scrupoli sui quali si sarebbe presto abbattuta la mano della giustizia. In effetti, la condanna c'è stata ma sono bastate le credenziali dell'imputato e le sue parole sulla fede religiosa per convincere i giudici a condonargli il riciclaggio di milioni di dollari finiti nelle casse dei repubblicani passando per false associazioni filantropiche.

di Maurizio Coletti

Come per molti altri aspetti, anche le politiche sulle droghe degli Stati Uniti sono di grande fascino per certi politici nostrani.
Alla fine degli anni '80, Bettino Craxi tornò da un viaggio oltreoceano entusiasta dell'approccio americano e da lì iniziò il percorso che ha portato alla legge nota come "Jervolino- Vassali". Un provvedimento approvato nel 1990 e che si volle, ai suoi tempi, blindato ed impermeabile a qualsiasi proposta dell'opposizione e incentrato sul "simply, say no", sul rifiuto di tutte le droghe, sull'obbligo dell'azione giudiziaria per i consumatori, sull'idea di una "dose media giornaliera" stabilita per legge e molto rigida.
Un agghiacciante parallelo con la legge Berlusconi-Fini-Giovanardi, come se il tempo non insegnasse nulla.
Ci volle il referendum del 1993 a cancellare gli articoli sulla dose media ed altri provvedimenti (la legge 45 del 1999, per esempio) a riequilibrarne il tiro.
Gli USA, quindi, come ispiratori, suggeritori.
Ma qual è la situazione del consumo di sostanze nella terra di Bush e quali sono le risposte istituzionali?
Gli Stati Uniti hanno dati sul consumo e sull'abuso di sostanze che sembra per certi versi, simile al nostro e per altri differente.


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