di Daniele John Angrisani

Negli ultimi anni sulla stampa occidentale va di moda parlare a vario titolo dell'evoluzione politica nella Russia di Vladimir Putin. Il refrain dei giornalisti americani ed europei è comunque quasi sempre il medesimo, ovvero i passi indietro che la Russia ha compiuto in questi anni sulla strada della democrazia e dei diritti umani. A questo scopo vengono spesso citati episodi come il takeover ostile della NTV (unica tv privata russa) da parte del gigante di Stato, Gazprom, o il processo farsa nei confronti di Michail Khodorkovsky, l'ex magnate della Yukos Oil e uomo più ricco della Russia, la cui vera colpa, secondo molti, è stata quella di voler finanziare e foraggiare l'opposizione a Putin. Oggi le critiche allo stato della democrazia in Russia si sono arricchite di un nuovo capitolo. Il 27 maggio è stato infatti il 13esimo anniversario della decriminalizzazione dell'omosessualità in Russia, che ai tempi sovietici era considerata come un reato, e gli organizzatori di un festival del cinema lesbico ed omosessuale avevano espresso la loro volontà di tenere un Gay Pride nella capitale russa.

di Carlo Benedetti

Il vero, tragico ed apocalittico terremoto, colpì l'intera regione macedone il 26 luglio del 1963, con la capitale Skopje praticamente annullata dal sisma. I morti furono centinaia di migliaia. Ma anche le vicende storiche che sono poi seguite - caratterizzate da fantasmi nazionalistici, ideologici e religiosi (i cristiani ortodossi sono il 54,4% e i musulmani sunniti il 29,9%) - hanno sempre ferito il paese sconvolgendone il tessuto sociale ed accelerando, spesso, la discesa verso il caos. Ora la Macedonia - dopo lo "strappo" del Montenegro - si ripropone al centro dell'attenzione perché annuncia un voto che potrebbe aprire nuovi scenari geopolitici e geostrategici. L'appuntamento - come ha reso noto il presidente del parlamento Ljupco Jordanovski - è fissato per il prossimo 5 luglio. Una consultazione anticipata decisa al termine di lunghe consultazioni fra maggioranza ed opposizione. Su tutta la vicenda pesano ora come macigni le difficoltà interne del Paese e una serie d'aspetti internazionali. Perché la Macedonia non ha ancora uno status particolare (ci fu molti anni fa ad Atene in un incontro-lampo tra Milosevic, presidente della Yugoslavia e il primo ministro greco Andreas Papandreu, durante il quale fu lanciata l'idea di una "confederazione" tra Serbia, Grecia e Skopje...) e non gode di ampi riconoscimenti diplomatici, pur se gli americani ne sponsorizzano da tempo il governo.

di mazzetta

Il prossimo due luglio potrebbe segnare un data importante nella storia del Pakistan. I due leader dei maggiori partiti si sono incontrati a Londra e hanno firmato una "Carta della Democrazia", accolta benevolmente anche dagli altri partiti pachistani, che chiede la fine del governo di Musharraf entro il 2 luglio e l'istituzione di un governo civile che conduca il paese alle elezioni.
Benazir Bhutto (PPP) e Nawaz Sharif (PML) hanno sottoscritto un impegno che prevede il ritorno alla Costituzione del 1973, l'uscita dei militari dalla politica e la loro sottomissione al comando civile, l'abolizione del Consiglio Nazionale di Sicurezza ( Il Consiglio è composto di militari e storicamente ha sempre ingerito pesantemente nella politica pachistana) e altri passi volti a terminare la dittatura militare.

di Carlo Benedetti

Il vecchio e rivoluzionario disegno yugoslavo di Josif Broz Tito è crollato definitivamente, perché anche l'ultimo baluardo della resistenza serba è andato in frantumi. Con il voto favorevole all'autonomia di Podgorica nei confronti di Belgrado, la geoeconomia e la geopolitica dell'Europa si ridisegnano. Hanno vinto i secessionisti guidati da Milo Djukanovic. Hanno perso gli unionisti guidati dal socialista Predrag Bulatovic. Ora la battaglia è sulle percentuali e sulle contestazioni con le polemiche che aumentano e con lo scontro sul testa-a-testa che è pur sempre notevole. Ma secondo i dati ufficiali - che sono ovviamente preliminari e che sono stati resi noti nella nottata del 21 maggio - i voti favorevoli allo "strappo" sono pari al 55,4% (qualche decimale in più rispetto alla maggioranza qualificata concordata con i mediatori europei per il via libera alla secessione), mentre i "ne" (no) si sono fermati al 44,6%.

di Daniele John Angrisani

Esecrazione, biasimo, disgusto e persino orrore. Sono questi i sentimenti provocati dalla notizia che è stata diffusa nel pomeriggio di venerdì scorso, in base alla quale il Parlamento di Teheran avrebbe approvato una legge che prevederebbe l'obbligo per gli ebrei, i cristiani ed i zoroastriani di indossare obbligatoriamente una fascia di riconoscimento di diverso colore a seconda della propria fede religiosa. Tale codice di colori permetterebbe ai musulmani di riconoscere facilmente gli aderenti ad altre religioni evitando che possano stringere loro la mano per sbaglio, diventando così ''najis'' (sporchi). Ciò che di gran lunga impressiona di più in questa notizia è però il colore giallo della fascia che sarebbero obbligati ad indossare gli ebrei, cosa che ricorda sin troppo da vicino uno dei principali provvedimenti presi dal governo nazista in Germania negli anni che hanno portato all'Olocausto. La notte tra il 9 ed il 10 novembre 1938, infatti, in seguito all'uccisione di un funzionario dell'ambasciata tedesca a Parigi da parte di un ragazzo ebreo diciassettenne, in Germania furono incendiate o distrutte oltre 200 sinagoghe, profanati cimiteri, e distrutti oltre 7500 negozi di ebrei.


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