Giuseppe Conte finge di avere la situazione sotto controllo, ma la gestazione del nuovo Movimento 5 Stelle si sta rivelando molto più difficile del previsto. In realtà, la fase di ricostruzione non è nemmeno cominciata: ci sono ancora le macerie del passato da levare di mezzo. E sono parecchie. Prima di diventare leader di una nuova forza politica progressista, l’ex Premier deve risolvere una serie di guai che si articolano su due piani: uno economico, l’altro politico.

Iniziamo dai soldi, che, come sempre, rappresentano la questione più spinosa. Davide Casaleggio chiede agli eletti circa 450mila euro di quote non versate a Rousseau. Che questi soldi gli spettino davvero è tutto da dimostrare, perché tra la Fondazione e il Movimento non c’è mai stato alcun contratto. I pagamenti di senatori e deputati a Rousseau sono previsti dallo statuto pentastellato, ma dal punto di vista della legge si inquadrano come “elargizioni liberali”. In teoria, quindi, non c’è alcun obbligo di versamento.

Il problema è che la Fondazione custodisce un tesoro inestimabile per il Movimento, ovvero i dati degli iscritti. Anche su questo fronte la situazione è più che mai anomala, visto che – sempre per legge, e sempre in teoria – i nomi degli iscritti a un partito appartengono agli organi del partito stesso. Nel caso del Movimento 5 Stelle, la lista dei nominativi è in mano a Casaleggio Jr, che ha intenzione di cederla ai vertici pentastellati solo quando le sue pretese economiche saranno soddisfatte.

Sarà pure il governo dei migliori, ma il Piano che ha prodotto non sembra granché migliore di quello abortito con il Conte 2. Stesse bagarre tra i partiti sulle misure fiscali, stessi litigi con la Commissione europea sul piano di investimenti (che, secondo Bruxelles, non è abbastanza dettagliato) e soprattutto sulle riforme che siamo obbligati a fare per incassare i soldi del Recovery Fund (fisco, concorrenza e giustizia über alles). Sono decenni che diciamo di volerle fare senza farle mai: ma adesso, finalmente, con il governo dei migliori…

È tutto esattamente come prima. Di queste maxi-riforme (difficili e divisive, soprattutto per una maggioranza-minestrone come l’attuale) per il momento non c’è traccia. L’unica differenza rispetto al passato è che oggi a Palazzo Chigi siede Mario Draghi, che in Europa e nelle redazioni dei giornali è considerato una specie di Superman. O di Batman, “non l’eroe che meritiamo, ma quello di cui abbiamo bisogno”, invertendo la morale del film di Nolan. Fate voi.

Solo che la realtà è sempre meno entusiasmante dei fumetti e Draghi si sta rivelando più normodotato del previsto. Ha detto pure qualche fesseria, come quella sugli psicologi 35enni, prima obbligati per legge a vaccinarsi e poi colpiti dall’anatema morale del Premier per avere obbedito.

Certo, le groupie draghiane (una schiera piuttosto nutrita) obietteranno che in due mesi non si possono fare miracoli. Eppure, due mesi fa le stesse groupie che ora sprizzano indulgenza da tutti i pori erano certe che a quest’ora avremmo avuto un Recovery Plan coi fiocchi, una pila di riforme già incanalate e una macchina vaccinale da mezzo milione di iniezioni al giorno. Non abbiamo nessuna di queste tre cose, ma l’infatuazione collettiva nei confronti del Presidente del Consiglio è ancora viva.

Del resto, Draghi ci mette la faccia, e per il momento è sufficiente. Parlando con la Commissione europea ammette che sì, è vero, le riforme ancora non ci sono, ma arriveranno a maggio con successivi decreti. Affermazione che ricorda le improvvide sparate iniziali del generale Figliuolo sui vaccini (“a marzo faremo riscaldamento, poi dalla seconda decade di aprile ci saranno gradualmente 500mila vaccinazioni al giorno”) o, mutatis mutandis, quelle di Gaber sulla rivoluzione (“oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”).

Per quanto riguarda i contenuti del Piano, la mediazione di Draghi non ha ricomposto finora nemmeno una delle fratture apertesi nella maggioranza più schizofrenica della storia repubblicana. Quella di cui si parla di più - perché interessa i costruttori - è il Superbonus 110%, termine ambiguo che comprende due misure: l’ecobonus per gli interventi edilizi di efficientamento energetico e il sismabonus per migliorare la resistenza degli edifici ai terremoti.

Le buone intenzioni sono innegabili, ma - per com’è scritto - il Superbonus 110% è una misura rozza, costosissima, che incentiva gli illeciti e avvantaggia le ditte edili di grandi dimensioni rispetto alle piccole. Solo che è anche uno dei pochi interventi popolari prodotti dal governo Conte 2, ragion per cui Pd e Movimento 5 Stelle chiedono di estenderla dal 2022 al 2023, inserendo il finanziamento nel Recovery Plan. Su questo fronte, i giallorossi sono appoggiati anche da Forza Italia, che con la lobby edilizia ha un rapporto d’amore ultraventennale. Draghi invece non è d’accordo, ma per il momento ha scelto di non imporsi. È finita con un compromesso che non risolve il problema, ma lo rinvia: il rifinanziamento del Superbonus 110% potrebbe essere inserito nella prossima legge di Bilancio.

E questa era la carota. Il bastone, invece, si è abbattuto sul cashback, altra misura nazionalpopolare del Conte 2 che per quest’anno garantisce a tutti un rimborso del 10% sulle spese effettuate nei negozi fisici con carte di credito, bancomat o app di pagamento. L’obiettivo era incentivare l’uso della moneta elettronica in funzione antievasione, ma il meccanismo è a dir poco farraginoso e non sta funzionando granché bene. D’altra parte, si tratta comunque di soldi infilati in tasca agli elettori, perciò il governo precedente aveva inserito nel Recovery Plan 5 miliardi per rifinanziare la misura oltre l’orizzonte del 2021. Draghi però ha cancellato lo stanziamento in ossequio ai voleri di Bruxelles, che non ha mai visto di buon occhio l’utilizzo di fondi europei per questo tipo di intervento. E mentre i giallorossi protestano, gioisce l’opposizione, visto che a inizio aprile Fratelli d’Italia aveva presentato una mozione (poi respinta) per “sospendere il piano cashback e destinare le somme stanziate a tal fine per sostenere la ripresa delle categorie commerciali più colpite dalle misure anticovid”.

Infine, il problema di Quota 100, ovvero la possibilità di andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi introdotta dal governo Conte 1 (Lega-M5S). Numeri alla mano, si tratta di un fallimento clamoroso e conclamato: Quota 100 è una fregatura (perché riduce il montante contributivo, abbassando la pensione) e giustamente gli italiani l’hanno snobbata. Salvini però continua a parlarne come di un suo grande successo, che avrebbe permesso il superamento della legge Fornero.

Su questo argomento propagandistico, il secondo preferito dal leader leghista dopo le barche in arrivo dall’Africa, le panzane sono due: Quota 100 non è stata un successo e non ha affatto superato la legge Fornero, che è tuttora in vigore e gode di ottima salute. Il governo Conte 2 aveva deciso di lasciare scadere Quota 100 nel 2021, ma la propaganda delle Lega si regge su disinformazione e battaglie di facciata, per cui ora Salvini si mette di traverso e chiede la proroga della misura. Un’altra questione irrisolta nella lista delle cose da fare di Superman-Draghi.

Nella rifondazione del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte deve risolvere diversi problemi: le correnti, il rapporto con Rousseau, l’alleanza con il Pd, il collocamento in Europa. Prima di tutto, però, servono i soldi. Costruire un partito vero, con ramificazioni territoriali, non costa poco. Per questo si fa strada l’idea di abbattere l’ennesimo totem. Fin qui, il Movimento non ha accettato contributi pubblici, ma l’ex Premier sta valutando di cambiare questa politica, aprendo i forzieri al 2 per mille. Un contributo che potrebbe valere parecchio, se davvero la nuova formazione contiana vale quanto dicono alcuni sondaggi (il 20% o poco più).

I denari sono centrali anche nel conflitto con Casaleggio Jr, che dal Movimento pretende circa 440mila euro per i mancati versamenti dagli eletti grillini. Deputati, senatori, consiglieri regionali ed europarlamentari dovrebbero girare 300 euro al mese alla piattaforma, ma molti hanno smesso di farlo. L’impegno finanziario, infatti, non è regolato da un contratto, ma solo dal regolamento dei 5 Stelle. I pagamenti sono inquadrati come “erogazioni liberali” e l’unica punizione possibile per chi sgarra è l’espulsione, su cui però Casaleggio non ha voce in capitolo.

Per uscire da questo vicolo cieco, la soluzione più logica sarebbe un contratto di servizio che regoli i rapporti fra piattaforma e Movimento. Se ne parla da anni, ma trovare i termini giusti è un’impresa, perché quella finanziaria è solo una faccia del problema. L’altra ha a che vedere con la politica. Lo statuto M5S prevede che tutte le principali decisioni passino al vaglio di Rousseau: è per questo che, di fatto, Gianroberto prima e Davide poi hanno cogestito il Movimento insieme ai vertici. Una questione su cui Conte ha lanciato una frecciata velenosa durante l’assemblea in streaming di giovedì scorso: “La tecnologia – ha detto – non è mai neutrale. I processi devono essere trasparenti”.

Il rebus del contratto con Casaleggio non è però l’unico da risolvere. Conte ha parlato anche di costruire “forum, piazze delle idee aperte a tutti, non solo agli iscritti”. E, soprattutto, ha annunciato la stesura di un nuovo statuto con norme contro le correnti, che “non servono: sono solo sfere di influenze e di potere”.

Poi c’è l’alleanza stabile da costruire con il Pd. Enrico Letta è se possibile ancora più convinto del suo predecessore, Nicola Zingaretti, dell’importanza di saldare l’asse dem-5 Stelle.

Il problema è capire quali saranno i rapporti di forza: chi guiderà e chi si farà trascinare. Il banco di prova più importante su questo terreno saranno le amministrative che la pandemia ha fatto slittare all’autunno. Non conta solo il risultato: bisogna anche capire come ci si arriverà. In teoria, l’obiettivo è presentare candidati comuni nelle città più importanti. In partica, la missione è difficile a Torino e quasi impossibile a Roma, dove Virginia Raggi - assolta in primo grado e in appello per lo scandalo Marra - è in-scaricabile per i grillini e in-votabile per il Pd.

A sbrogliare la matassa, paradossalmente, potrebbe essere il centrodestra: se il candidato di Lega, Fi e Fdi (ancora da scegliere) riuscirà a superare il primo turno, Movimento e dem potranno convergere sullo stesso candidato al ballottaggio.

Se tutto andrà liscio, entro fine anno il Pd favorirà l’ingresso dei 5 Stelle nel Partito Socialista europeo. Un passo fondamentale per i grillini, che al momento non aderiscono ad alcun gruppo e per questo sono fuori da tutte le commissioni del Parlamento Ue. Come dire che non contano nulla.

Se invece il progetto di alleanza alle amministrative fallirà, anche l’affratellamento europeo sarà probabilmente destinato al naufragio. E, a quel punto, la strada verso le politiche del 2023 diventerà un incubo.

Si fatica a capire quale sia la strategia politica di Enrico Letta per il futuro del Pd. Fin qui, l’unica certezza è che il nuovo segretario intende imprimere un’accelerazione sul versante della comunicazione. Rispetto alla soporifera bonarietà da curato di campagna di Nicola Zingaretti, l’ex Premier ha capito che per non sparire in una coltre di noia deve contrapporsi agli avversari/alleati. Il principale bersaglio è Matteo Salvini, attaccato sabato da Letta con il seguente Tweet: “Molto bene. Il decreto Sostegni interviene su salute, scuola, turismo, cultura e aiuta lavoratori e imprese. Bene Draghi. Bene i ministri. Male, molto male che un segretario di partito tenga in ostaggio per un pomeriggio il Cdm (senza peraltro risultati). Pessimo inizio Salvini”.

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il Gattopardo, al Nazareno, ha le sembianze di un democristiano felpato, sornione e un po’ sonnolento. È Enrico Letta, eletto domenica segretario del Pd. Il risultato in assemblea è bulgaro (860 sì, 2 no e 4 astenuti), ma solo perché l’ex Premier, di fatto, non aveva avversari: era l’unico nome spendibile per non lasciare la nave alla deriva e allo stesso tempo disinnescare la guerra civile. Almeno per ora.


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