La scudisciata è di quelle pesanti, che lasciano il segno. Giovedì sera Mario Draghi ha impallinato Matteo Salvini con una reprimenda inattesa, soprattutto per la durezza dei toni. Le parole del presidente del Consiglio sono già incise nella storia di questa legislatura: “L’appello a non vaccinarsi - ha detto in conferenza stampa - è un appello a morire”. Non si tratta di una frase generica, ma di un preciso riferimento alle posizioni del leader leghista, che da qualche tempo si è inventato un compromesso per tenere buoni pro-vax e no-vax. La nuova linea del Carroccio suona più o meno così: “Le iniezioni vanno bene, ma per chi ha meno di 40 anni forse no”. Come sempre, la chiarezza manca dove il pensiero latita. 

Italia Viva vuole affossare il Ddl Zan per arruffianarsi il Vaticano e aprire una sponda alla destra. Il giochino è talmente scoperto che lo ha capito perfino la strana coppia Pd-M5S: i grillini, dopo i dem, respingono al mittente gli emendamenti dei renziani, sostenendo che il provvedimento deve essere approvato così com’è.

I parlamentari pentastellati del gruppo Pari Opportunità precisano in una nota che “pensare di eliminare i termini orientamento sessuale e identità di genere e tornare alla definizione di omofobia e transfobia rischierebbe di far compiere un altro passo indietro, come già accaduto in passato. Negli anni scorsi, infatti, i disegni di legge per il contrasto all'omotransfobia si fermarono proprio perché le espressioni usate per identificare il movente d'odio, quindi omofobia e transfobia, non vennero ritenute abbastanza precise per garantire la determinatezza del precetto penale, come peraltro ha ricordato recentemente anche il professore di diritto pubblico comparato dell'Università La Sapienza Angelo Achillaci”.

Il Movimento 5 Stelle è ormai a un passo da una crisi di nervi. Al centro del contendere c'è il ruolo del garante nel nuovo statuto in via di allestimento. Da una parte c’è Beppe Grillo, che vuole continuare a esercitare quella regia occulta (ma neanche troppo) che del Movimento è sempre stata un tratto distintivo. Dall’altra Giuseppe Conte, che rifiuta di salire in sella con le mani già legate.

Negli ultimi giorni, Grillo ha proposto delle aperture al rivale-alleato, concedendogli di gestire la comunicazione e di nominare i vicepresidenti. Troppo poco per l'ex premier, deciso a rivoluzionare i poteri del garante.

Giuseppe Conte finge di avere la situazione sotto controllo, ma la gestazione del nuovo Movimento 5 Stelle si sta rivelando molto più difficile del previsto. In realtà, la fase di ricostruzione non è nemmeno cominciata: ci sono ancora le macerie del passato da levare di mezzo. E sono parecchie. Prima di diventare leader di una nuova forza politica progressista, l’ex Premier deve risolvere una serie di guai che si articolano su due piani: uno economico, l’altro politico.

Iniziamo dai soldi, che, come sempre, rappresentano la questione più spinosa. Davide Casaleggio chiede agli eletti circa 450mila euro di quote non versate a Rousseau. Che questi soldi gli spettino davvero è tutto da dimostrare, perché tra la Fondazione e il Movimento non c’è mai stato alcun contratto. I pagamenti di senatori e deputati a Rousseau sono previsti dallo statuto pentastellato, ma dal punto di vista della legge si inquadrano come “elargizioni liberali”. In teoria, quindi, non c’è alcun obbligo di versamento.

Il problema è che la Fondazione custodisce un tesoro inestimabile per il Movimento, ovvero i dati degli iscritti. Anche su questo fronte la situazione è più che mai anomala, visto che – sempre per legge, e sempre in teoria – i nomi degli iscritti a un partito appartengono agli organi del partito stesso. Nel caso del Movimento 5 Stelle, la lista dei nominativi è in mano a Casaleggio Jr, che ha intenzione di cederla ai vertici pentastellati solo quando le sue pretese economiche saranno soddisfatte.

Sarà pure il governo dei migliori, ma il Piano che ha prodotto non sembra granché migliore di quello abortito con il Conte 2. Stesse bagarre tra i partiti sulle misure fiscali, stessi litigi con la Commissione europea sul piano di investimenti (che, secondo Bruxelles, non è abbastanza dettagliato) e soprattutto sulle riforme che siamo obbligati a fare per incassare i soldi del Recovery Fund (fisco, concorrenza e giustizia über alles). Sono decenni che diciamo di volerle fare senza farle mai: ma adesso, finalmente, con il governo dei migliori…

È tutto esattamente come prima. Di queste maxi-riforme (difficili e divisive, soprattutto per una maggioranza-minestrone come l’attuale) per il momento non c’è traccia. L’unica differenza rispetto al passato è che oggi a Palazzo Chigi siede Mario Draghi, che in Europa e nelle redazioni dei giornali è considerato una specie di Superman. O di Batman, “non l’eroe che meritiamo, ma quello di cui abbiamo bisogno”, invertendo la morale del film di Nolan. Fate voi.

Solo che la realtà è sempre meno entusiasmante dei fumetti e Draghi si sta rivelando più normodotato del previsto. Ha detto pure qualche fesseria, come quella sugli psicologi 35enni, prima obbligati per legge a vaccinarsi e poi colpiti dall’anatema morale del Premier per avere obbedito.

Certo, le groupie draghiane (una schiera piuttosto nutrita) obietteranno che in due mesi non si possono fare miracoli. Eppure, due mesi fa le stesse groupie che ora sprizzano indulgenza da tutti i pori erano certe che a quest’ora avremmo avuto un Recovery Plan coi fiocchi, una pila di riforme già incanalate e una macchina vaccinale da mezzo milione di iniezioni al giorno. Non abbiamo nessuna di queste tre cose, ma l’infatuazione collettiva nei confronti del Presidente del Consiglio è ancora viva.

Del resto, Draghi ci mette la faccia, e per il momento è sufficiente. Parlando con la Commissione europea ammette che sì, è vero, le riforme ancora non ci sono, ma arriveranno a maggio con successivi decreti. Affermazione che ricorda le improvvide sparate iniziali del generale Figliuolo sui vaccini (“a marzo faremo riscaldamento, poi dalla seconda decade di aprile ci saranno gradualmente 500mila vaccinazioni al giorno”) o, mutatis mutandis, quelle di Gaber sulla rivoluzione (“oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”).

Per quanto riguarda i contenuti del Piano, la mediazione di Draghi non ha ricomposto finora nemmeno una delle fratture apertesi nella maggioranza più schizofrenica della storia repubblicana. Quella di cui si parla di più - perché interessa i costruttori - è il Superbonus 110%, termine ambiguo che comprende due misure: l’ecobonus per gli interventi edilizi di efficientamento energetico e il sismabonus per migliorare la resistenza degli edifici ai terremoti.

Le buone intenzioni sono innegabili, ma - per com’è scritto - il Superbonus 110% è una misura rozza, costosissima, che incentiva gli illeciti e avvantaggia le ditte edili di grandi dimensioni rispetto alle piccole. Solo che è anche uno dei pochi interventi popolari prodotti dal governo Conte 2, ragion per cui Pd e Movimento 5 Stelle chiedono di estenderla dal 2022 al 2023, inserendo il finanziamento nel Recovery Plan. Su questo fronte, i giallorossi sono appoggiati anche da Forza Italia, che con la lobby edilizia ha un rapporto d’amore ultraventennale. Draghi invece non è d’accordo, ma per il momento ha scelto di non imporsi. È finita con un compromesso che non risolve il problema, ma lo rinvia: il rifinanziamento del Superbonus 110% potrebbe essere inserito nella prossima legge di Bilancio.

E questa era la carota. Il bastone, invece, si è abbattuto sul cashback, altra misura nazionalpopolare del Conte 2 che per quest’anno garantisce a tutti un rimborso del 10% sulle spese effettuate nei negozi fisici con carte di credito, bancomat o app di pagamento. L’obiettivo era incentivare l’uso della moneta elettronica in funzione antievasione, ma il meccanismo è a dir poco farraginoso e non sta funzionando granché bene. D’altra parte, si tratta comunque di soldi infilati in tasca agli elettori, perciò il governo precedente aveva inserito nel Recovery Plan 5 miliardi per rifinanziare la misura oltre l’orizzonte del 2021. Draghi però ha cancellato lo stanziamento in ossequio ai voleri di Bruxelles, che non ha mai visto di buon occhio l’utilizzo di fondi europei per questo tipo di intervento. E mentre i giallorossi protestano, gioisce l’opposizione, visto che a inizio aprile Fratelli d’Italia aveva presentato una mozione (poi respinta) per “sospendere il piano cashback e destinare le somme stanziate a tal fine per sostenere la ripresa delle categorie commerciali più colpite dalle misure anticovid”.

Infine, il problema di Quota 100, ovvero la possibilità di andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi introdotta dal governo Conte 1 (Lega-M5S). Numeri alla mano, si tratta di un fallimento clamoroso e conclamato: Quota 100 è una fregatura (perché riduce il montante contributivo, abbassando la pensione) e giustamente gli italiani l’hanno snobbata. Salvini però continua a parlarne come di un suo grande successo, che avrebbe permesso il superamento della legge Fornero.

Su questo argomento propagandistico, il secondo preferito dal leader leghista dopo le barche in arrivo dall’Africa, le panzane sono due: Quota 100 non è stata un successo e non ha affatto superato la legge Fornero, che è tuttora in vigore e gode di ottima salute. Il governo Conte 2 aveva deciso di lasciare scadere Quota 100 nel 2021, ma la propaganda delle Lega si regge su disinformazione e battaglie di facciata, per cui ora Salvini si mette di traverso e chiede la proroga della misura. Un’altra questione irrisolta nella lista delle cose da fare di Superman-Draghi.


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