Qualcosa sta cambiando nel modo in cui i partiti italiani si approcciano alla guerra in Ucraina. L’entusiasmo bellicista della prima fase sembra affievolirsi, lasciando spazio a un pragmatismo fatto di maggiore cautela. Le ragioni sembrano due: l’evoluzione del conflitto, che sta entrando in una nuova fase, e l’approssimarsi degli appuntamenti elettorali, che obbligano la politica a tenere conto dell’opinione pubblica.

Sul primo fronte, dopo oltre due mesi di scontri, è chiaro che Kiev non sta più solamente cercando di respingere le truppe russe, ma porta avanti un conflitto tradizionale, fatto anche di contrattacchi. Le spedizioni di armi in Ucraina, quindi, non possono più essere presentate come un gesto di solidarietà nei confronti di un Paese che deve difendersi. Con il passare del tempo, i nostri interventi esterni (e ipocriti) prendono sempre più la forma di una dichiarazione di guerra alla Russia.

Estendere l’embargo al gas russo non vuol dire spegnere l’aria condizionata, ma chiudere impianti industriali e finire in recessione. Lo hanno spiegato i cinque maggiori istituti economici tedeschi - Ifw di Kiel, Ifo di Monaco, Diw di Berlino, Rwi di Essen e Iwh di Halle - presentando la settimana scorsa a Berlino le stime di primavera.

Secondo l’analisi, se la Germania interrompesse ad aprile le importazioni di gas dalla Russia, rinuncerebbe a 220 miliardi nel biennio 22-23, mettendo a rischio 400mila posti di lavoro. La crescita attesa per quest’anno - già scesa per la guerra al 2,7%, dal 4,8 previsto in autunno - si assottiglierebbe ancora all’1,9%. L’anno prossimo, invece, arriverebbe una “forte recessione”, con un calo del Pil pari al 2,2%: solo due mesi fa, la stima per il 2023 era di +3,1%.

Da qualche settimana, governanti e rappresentanti delle istituzioni europee si divertono a raccontare favole sul gas. Dicono che stiamo lavorando per ridurre la dipendenza da quello russo, abbassando i consumi e trovando nuove forme di approvvigionamento. Peccato che nessuno abbia il coraggio di citare i veri numeri, né di raccontare la storia fino in fondo.

La guerra in Ucraina imporrà al governo italiano (e non solo) di rimettere mano al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il motivo principale riguarda la transizione energetica, uno dei pilastri su cui si fondano i Pnrr di tutti i Paesi. Alla luce dei nuovi rapporti con Mosca, Bruxelles sta mettendo a punto una strategia per ridurre la dipendenza europea dal gas e dal petrolio della Russia. Questo obiettivo avrà la precedenza rispetto alla tutela dell’ambiente e in alcuni casi potrebbe giustificare il ritorno temporaneo al carbone. È chiaro quindi che i Pnrr dovranno essere modificati, ricalibrando priorità, politiche e allocazione delle risorse.

L’improvvisa voglia di guerra della politica italiana rischia non solo di annullare la ripresa post-pandemia, ma anche di trascinare il Paese in una nuova crisi economica. E per cosa? Non c’entra nulla la difesa della democrazia ucraina, peraltro mai esistita. Sembra piuttosto che le ragioni dell’interventismo siano di natura personale.

Prendiamo i due politici nostrani che nelle ultime settimane hanno calcato in testa con più forza l’elmetto della Nato: Mario Draghi ed Enrico Letta. Del primo basta ricordare il discorso d’insediamento alle Camere: in quella sede, l’attuale Presidente del Consiglio rimarcò più di una volta la professione di fede atlantista dell’Italia, e ora sta semplice mantenendo le promesse. Come la quasi totalità dei suoi predecessori, il Capo del governo italiano si dimostra disponibile a sacrificare l’interesse dei suoi connazionali sull’altare dell’obbedienza a Washington. Del resto, in assenza di questa predisposizione non sarebbe mai arrivato a Palazzo Chigi.


Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy