Se dall’insieme dei partiti italiani rappresentati in Parlamento togliamo Lega e Fratelli d’Italia, quello che rimane può essere definito come “la non-sinistra che sa stare a tavola”. È una compagine litigiosa, fratturata da odi personali feroci, ma allo stesso tempo accomunata da due caratteristiche. Primo, nessuno si definisce di sinistra né di centrosinistra, parole scomparse anche dal vocabolario del Pd. Secondo, nessuno condivide i tratti più beceri della destra-destra: nazionalismo, razzismo, xenofobia.

Dopodiché, la non-sinistra che sa stare a tavola comprende due sottoinsiemi, ciascuno con i propri rituali. Il primo è quello dei minipartiti che hanno il cuore a destra, si definiscono riformisti, progressisti o repubblicani e, per farla breve, di solito vengono indicati come “centro”. Ossessionati dall’immagine del cantiere, sono sempre impegnati a costruire un nuovo polo che abbia come stella polare le riforme, non meglio precisate.

Il Movimento 5 Stelle ha presentato ricorso contro l’ordinanza con cui la settimana scorsa il Tribunale di Napoli ha sospeso vertici e statuto. Non era la strada indicata da Beppe Grillo, che avrebbe preferito una trafila più lunga: il primo passo doveva essere una votazione su Rousseau per eleggere il nuovo comitato di garanzia, che poi avrebbe modificato lo statuto permettendo, infine, l’elezione del nuovo presidente. Alla fine, però, ha prevalso la linea di Giuseppe Conte, deciso a imbarcarsi nella battaglia legale piuttosto che rischiare di impantanarsi in tanti, troppi passaggi burocratici.

Il ricorso poggia su un documento firmato dall’ex capo politico Luigi Di Maio e ripescato nella casella di posta elettronica dell’ex reggente Vito Crimi. Il messaggio risale al novembre del 2018 e contiene un verbale nel quale si afferma che alle successive votazioni online gli iscritti da almeno sei mesi non avrebbero potuto votare.

Chi abbia vinto non è chiaro, ma sullo sconfitto non ci sono dubbi. Matteo Salvini ha gestito la partita del Quirinale come peggio non avrebbe potuto e ora si ritrova senza coalizione, in un partito che gli chiede di cambiare rotta. Nei panni (o nella felpa) del “Kingmaker”, il leader leghista si è prodotto in una serie di bluff senza senso. Innanzitutto, ha assicurato che “per la prima volta in 30 anni” il centrodestra avrebbe avuto “i numeri” per eleggere il Presidente della Repubblica. Poi ha promesso “candidature di altissimo profilo”. Infine, ha garantito che Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia avrebbero votato in modo compatto “dall’inizio alla fine”.

Il trasloco di Mario Draghi al Quirinale si complica, ma non è affatto impossibile. Anzi: i veti del centrodestra e dei 5 Stelle sembrano poco convinti, e alla fine la strada che porta al Presidente del Consiglio potrebbe essere l’unica praticabile, se non altro per mancanza di alternative.

Il no più esplicito a Draghi arriva da Silvio Berlusconi e, paradossalmente, è inserito nella nota con cui l’ex Premier ritira la candidatura al Colle più farsesca della storia repubblicana. “Ho verificato l’esistenza di numeri sufficienti per l’elezione”, fa sapere con la solita modestia l’ex Cavaliere, aggiungendo però di farsi da parte per evitare che sul suo nome “si consumino polemiche o lacerazioni che non trovano giustificazioni e che oggi la Nazione non può permettersi”. Fin qui il comunicato sembra spianare la strada a Draghi, ma poi arriva la stoccata: “Considero necessario che il governo completi la sua opera sino alla fine della legislatura per dare attuazione al Pnrr, proseguendo il processo riformatore indispensabile che riguarda il fisco, la giustizia, la burocrazia”.

Il grigiore affollato di fine anno si protrae cineticamente nel nuovo ed è così che la politica italiana, impotente ed arrogante, si arrovella nel modo scomposto che le è proprio a discettare sul prossimo inquilino del Quirinale. Mattarella è alle sue ultime settimane e tutti sembrano rimpiangerne preventivamente la presenza, oggettivamente impalpabile al di fuori della retorica vuota di un personaggio comunque meritevole di rispetto e al quale, nel momento del commiato, non si può non riconoscere lo spessore intellettuale.

Le cronache registrano il patetico irrompere (come ogni sette anni) del finto dibattito sull’elezione diretta del Capo dello Stato. E’ ormai appuntamento fisso, tratto distintivo di una politica giunta al punto più basso della sua storia, inabissatasi sotto il cappello della Seconda Repubblica.

Tra le forze politiche non vi sono ragionamenti degni di attenzione; sebbene nella progressiva cessione di sovranità nazionale all’Unione Europea vi sarebbe materia concreta di discussione, di aggiornamento necessario del ruolo del Presidente, la questione si concentra solo sul nome di chi dovrebbe sostituire Mattarella. Non c’è nessun richiamo al ruolo di garanzia per i cittadini, essendo tutti concentrati nel chiedere la garanzia per gli schieramenti partitici ai quali appartengono.

Ci sono le proposte destinate alle scaramucce e a saggiare le forze, a fare ranghi poi da sfoltire: tra queste Prodi, Amato, Casini. Poi ci sono anche quelle comiche, tipo Gentiloni (assisteremmo dunque ad un figlio di una casata aristocratica- un conte - che entra al Quirinale, una specie di rivincita sul referendum tra Repubblica e Monarchia). Ma le proposte in campo che godono dell’audience più alta sembrano essere tre: Draghi, Berlusconi e il presunto “patriota” che invoca Giorgia Meloni.

Cominciamo da quest’ultima. La Meloni ritiene che al Quirinale dovrebbe sedere un patriota. Come non essere d’accordo sull’aggettivo qualificativo? Il problema nasce sull’interpretazione del termine però, dal momento che, storicamente, i fascisti hanno dimostrato di avere un’idea della patria criminalmente distorta, dato che quando l’ebbero in mano la consegnarono ai tedeschi. Ma, si dirà, quel tempo è passato e la Meloni non è Starace.

E’ vero, se è per questo la Meloni non è nemmeno quella che appare nelle foto o quella che primeggia nei sondaggi: i passaggi da photoshop al reale e dai sondaggi al voto risultano sempre penalizzanti, autentica doccia di acqua gelida sulle ambizioni dei balilla senza calcio. Si potrebbe però facilmente ricordare come anche le recenti inchieste giornalistiche abbiano stabilito senza tema di smentita che Fratelli d’Italia è un partito che ha la sua identità nel solco del fascismo. Al fascismo si richiamano i suoi riti, i suoi miti; tra tutti il razzismo che del fascismo è elemento fondativo, giacché lega la xenofobia all’odio di classe. Insomma nei nomi che ha in mente Giorgia Meloni si riscontrerebbe più facilmente la necessità di applicare la Legge Scelba e quella Mancino più che recepirne il ruolo di possibili, impresentabili candidati.

Dotare Fratelli d’Italia di un credito verso l’inquilino del Colle, rendendo determinanti i loro voti per la sua elezione, porterebbe vantaggi enormi alle ambizioni politiche della Meloni e porrebbe una ipoteca nera sul ruolo italiano anche in Europa. Sarebbe facile prevedere una saldatura con la destra francese rappresentata dalla Le Pen e, ancor più da Zemmour, possibile rilievo di macron all’Eliseo, che si porterebbe dietro l’ultra destra di Orban in Ungheria e la pattumiera nazistoide rappresentata dal governo polacco, da quello ceko, ucraino, estone, lettone e lituano. Uno scenario orrorifico che va scongiurato e ciò va in premessa a qualunque altra considerazione; rende qualunque nome proposto dalla Meloni come un nome da rifiutare a prescindere, quale che sia il suo curriculum.

Ma non c’è dubbio che se di patrioti vogliamo dotarci vi sono figure – ad esempio Rosy Bindi o Anna Finocchiaro, solo per dirne le prime due che vengono in mente - che hanno un’idea di cosa sia la Patria, di quali siano i suoi valori costituzionali e di come essi vadano difesi sopra ed oltre qualunque considerazione politica.

E Salvini? Non è in grado di proporre alcunché: si associa, non propone. La Lega è un partito piegato e ferito dalle sue contraddizioni, spaccato in due tra le amministrazioni locali e il centro, con un leader suonato che ha difficoltà anche a profferire verbo, tale ormai il discredito di cui è portatore all’esterno ed all’interno del suo partito. A confermare l’assoluta mancanza di rispetto per il decoro dell’Italia e delle sue istituzioni, la destra tutta sembra voler sostenere la candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale.

Il che è letteralmente improponibile. Lo è per la storia giudiziaria del Cavaliere, per il suo permanente conflitto d’interessi sempre risoltosi con la vittoria dei suoi e mai con quella di quelli pubblici, per le connivenze con mafia e P2, per essere stato uomo che ha gettato il discredito sul Paese e per i suoi comportamenti personali e politici, oltre che per aver sdoganato gli eredi del fascismo. Un uomo che ha fatto dell’ostentazione della volgarità del denaro un simbolo personale, uno che ha ritenuto il Paese essere cosa sua mentre lui intrallazzava con pezzi di cosa nostra.

Stupisce che i commentatori meno compromessi con l’intreccio permanente e totale tra il sistema finanziario e quello mediatico non sentano il dovere di dire che Berlusconi non può né potrà essere oggetto di discussione, che i danni che ha inferto al Paese non consentono di annoverarlo nemmeno in una discussione puramente accademica, neanche in un chiacchiericcio da bar sul Quirinale.

C’è poi Draghi, che più che una incognita rappresenta una minaccia.

L’uomo delle banche e dello strapotere delle elites, che in pochi mesi ha letteralmente colpito le finanze degli italiani attraverso una politica economica che ha avuto come mantra la coercizione dei diritti e delle opportunità verso il mondo del lavoro e i soliti regali alle aziende, sempre rivendicando il contenimento della spesa e il contrasto alla spirale inflattiva, per timida che fosse. Lo ha fatto sia emanando decreti e leggi che, lungi dal sostenere la crescita, ne hanno accentuato le difficoltà, sia non opponendosi con misure straordinarie alla spirale in crescita dei prezzi internazionali delle materie prime. Nulla costa come quando arrivò Draghi, nessun diritto sociale dal suo governo ne è uscito rafforzato, anzi.

Draghi si è presentato come il funzionario a salvaguardia dell’ordine delle banche e della Nato e il coro smodato e tronfio dei giornali che rispondono alle stesse banche cui risponde lui, lo ha reso un despota assoluto. Mai votato e mai voluto, se non nelle redazioni dei giornali e nei salotti delle elites, gode di una immunità mediatica straordinaria ed esercita il ruolo col cipiglio del capetto verso Parlamento e partiti. Non a caso si dice (scherzando ma mica poi tanto) che Draghi ha concesso la fiducia al Parlamento.

Ebbene per igiene della politica ed anche per pubblico decoro non è nemmeno concepibile che un Presidente del Consiglio mai eletto possa diventare Presidente della Repubblica. Significherebbe azzerare il ruolo della politica e dei partiti, santificare la fine della volontà popolare, la definitiva collisione tra interessi delle elites e interessi popolari con i secondi eterni soccombenti. Sarebbe il tramonto definitivo su una democrazia malata che abdica a se stessa inginocchiandosi di fronte ai poteri forti, dirigenti verso l’interno ma eterodiretti dall’esterno.

La storia di Draghi rappresenta una anomalia reiterata, come lo fu quella di Monti e non può proiettarsi verso la presidenza della Repubblica. Un uomo così, di una ambizione personale smodata ed una superbia ingiustificata, ha già cumulato un potere eccessivo e sbilanciato per consentirgli di andare al Colle, dove renderebbe operativa la Repubblica Presidenziale in barba alla Costituzione e agli italiani. Un uomo che, pur privo di cultura politica ritiene di dover costruire la linea politica e che scevro dalla cultura del dialogo pretenda soggiogare l’interlocuzione riducendola a esercizio scolastico, non può e non deve salire sul Colle più alto.. La lezione della storia parla chiaro: quando un uomo vuole il totale comando bisogna sempre chiedersi chi comanda su quell’uomo.


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