Il recente tentativo di scalata a Twitter di Elon Musk ha provocato un dibattito infuocato negli Stati Uniti sui limiti alla libertà di espressione e sulle implicazioni del passaggio della proprietà del popolare social media all’uomo più ricco del pianeta. Il fondatore di Tesla ha offerto 43 miliardi di dollari per acquisire tutte le azioni di Twitter non in suo possesso, dopo che negli ultimi due mesi si era accaparrato il 9,2% della società californiana. L’offerta per ogni azione è pari a 54,2 dollari, cioè superiore del 54% al valore registrato alla fine di gennaio, quando Musk aveva iniziato ad acquistare le sue quote, e del 18% rispetto alla chiusura nella giornata in cui ha indirizzato la sua proposta al consiglio di amministrazione di Twitter.

Per nascondere all’opinione pubblica occidentale le cause e il contesto delle operazioni militari russe in Ucraina, la stampa ufficiale e i principali social media hanno inaugurato a partire dal 24 febbraio una campagna di propaganda e di disinformazione virtualmente senza precedenti. In nome della democrazia e della libertà di espressione, cioè i valori per cui la NATO starebbe armando fino ai denti un regime infestato da elementi neo-nazisti, si è così introdotta una serie di provvedimenti per ridurre al silenzio qualsiasi voce critica. Le maglie di questa vera e propria censura si sono strette ad esempio attorno ad alcuni utenti di Twitter e, riguardo al “social” che vede da qualche giorno Elon Musk tra i propri azionisti, ha scatenato un’accesissima polemica il caso dell’ex deputato laburista britannico George Galloway.

Le operazioni di guerra in Ucraina si avviano ormai al mese di svolgimento. C’è una netta sensazione di disgusto, di sgomento e di stupore. Ritrovarsi, nell’età matura del terzo millennio, alle prese con una guerra alle porte di casa, ha ridestato anche antiche contrapposizioni che consideravamo assopite; normalizzate dal torpore dialettico della dissolvenza del Novecento e del ripetersi delle cruente ostilità che lo hanno caratterizzato.

Un secolo che ha visto scoppiare due Guerre Mondiali, diverse Rivoluzioni, e un numero considerevole di conflitti sanguinosi e trascinati nel tempo. L’illusione che il crollo del Muro di Berlino avrebbe comportato una lunga e stabile epoca di pace, è durata pochissimo. L’inganno, piuttosto, si è rivelato di lì a breve in tutta la sua virulenza, con il calcolato sgretolamento della Jugoslavia.

La scomparsa violenta e falsamente repentina della Unione Sovietica sembrava avesse significato la fine di un mondo bipolare e il logico logoramento del confronto aspro tra due superpotenze. All’illusione e all’inganno si è aggiunta quindi la ingenuità. E cioè che alla sparizione di una corrispondesse la distensione dell’altra, in una sorta di armonia cosmica che avrebbe per l’appunto scongiurato qualsiasi tipo di degenerazione armata. Niente di tutto ciò è accaduto, e forse non era neanche così difficile da prevedere.

Alla cancellazione del Patto di Varsavia non è seguito l’adeguamento della NATO, per altro promesso con tanto di accordi sottoscritti nell’euforia generale di un possibile disarmo bilaterale. Il ricordo della famosa crisi dei missili a Cuba, quando l’intera umanità si trovò sull’orlo di un nuovo precipizio bellico, si era ormai impallidito e il clima di pacificazione consentiva di rivolgersi al futuro con una buona dose di ottimismo. Di ragionevole sollievo rispetto alle paure e alle incertezze del recente passato. Al contrario, l’invasione dell’Iraq aprì una nuova stagione di espansione imperialista, agevolata da una inaspettata (inaspettata?) mancanza di reale concorrenza.

Una volta sconfitto “l’impero del male”, alle forze occidentali non rimaneva altro che spingere sull’acceleratore della macchina della conquista che ora poteva correre indisturbata senza trovare gli ostacoli precedenti al 1989. Le forze occidentali non sono una entità astratta, ma si riconoscono realisticamente nella leadership degli Stati Uniti e del Patto Atlantico, creato all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale per difendersi dal nemico bolscevico, passato poi all’attacco dei territori rimasti sguarniti oltre la ex Cortina di ferro. Pertanto, non c’è stato affatto un crollo delle ideologie, per lo meno secondo le seducenti teorie di Fukuyama con la sua Fine della Storia. Ne è sopravvissuta solo una: quella del neoliberismo e della corsa forsennata all’accumulo di ricchezze, di terre e di armamenti. Il capitalismo non ha risolto i problemi materiali e spirituali dell’essere umano, ha solo confermato la sua modalità predatoria e la inderogabilità di rinunciare alla sua posizione dominante. In ambito economico, politico, sociale e culturale.

Abbiamo così consegnato docilmente all’oblio il bombardamento di Belgrado, le false prove per aggredire l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, lo Yemen, la Siria e una serie innumerevole di micro-conflitti, ammesso che ne esistano di grandi e piccoli quando contemplino anche una sola vittima tra la popolazione civile, nonché la vergognosa permissività concessa allo Stato di Israele ai danni della Palestina. Un elenco, ampiamente incompleto, che avrebbe dovuto far rabbrividire la coscienza collettiva da molto tempo prima che i carrarmati russi avanzassero verso Kiev. Inoltre, la Casa Bianca non è rimasta certo con le mani in mano rispetto alle sue “immediate” vicinanze.

In America Latina, venute meno le dittature militari che ha sostenuto finanziato e protetto e che hanno seminato orrore e terrore per buona parte del secolo scorso, ha ordito trame eversive in versione moderna con gli efficaci strumenti della “guerra di bassa intensità” e del golpe suave.

Tutto ciò significa appiattirsi a favore delle ragioni di uno, Putin, a scapito di un redivivo Churchill nelle mentite spoglie di Zelensky? No, mille volte no, e dovremmo gridarlo forte per evitare di rimanere stritolati nello spietato meccanismo della propaganda. Di guerra e di pace.

Districarsi nelle serrate fila dell’informazione appare francamente un’opera ardua. Ed è al tempo stesso una enorme contraddizione e un gigantesco pericolo non già in un paese in guerra, ma nelle nostre fragili democrazie. La tragicità dello scontro tra due capi di Stato, nelle vesti dell’”invasore” uno e del “resistente” l’altro, diventa un derby, con tutta la tipica insolente irrispettosa competenza da salotto. Le persone in carne e ossa fuggono, muoiono e si rifugiano in bunker improvvisati, ma si ha spesso l’impressione di assistere a un videogioco. Il campo di battaglia, ancora indefinito e incerto seppur chiarissimo nelle marziali ricostruzioni di generali tenenti colonnelli e degli immancabili esperti che affollano da settimane gli studi televisivi, si espande sui social network. E potremmo dire che non fa prigionieri, se non fosse una metafora infelice e drammatica.

In quella che è stata già abbondantemente definita “la guerra più mediatica di tutti i tempi” facciamo fatica a trovare non tanto la verità, vittima predestinata di ogni conflitto, quanto l’equilibrio, il dubbio, la giusta distanza. Elementi indispensabili per garantirsi un proprio punto di vista, per articolare un pensiero che non sia la rassicurante uniformità al pensiero dominante. Lo schieramento manicheo allineatosi con sorprendente velocità al primo strepitio delle armi, ha tracciato la linea di demarcazione tra buoni e cattivi con maggiore risolutezza che ai veri e contesi confini tra Russia e Ucraina. Anche questa, ne siamo consapevoli, è una metafora nefasta effetto di una guerra assurda che poteva e doveva essere evitata.

Pertanto, porre delle domande sulle cause che l’hanno provocata e interrogarsi sulle responsabilità che l’hanno scatenata - perché ce ne sono in gran numero e distribuite anche nella parte “buona” dell’emisfero - equivale a passare come minimo per guerrafondai o sostenitori del tiranno di turno.

Per un’altra tragica ironia della sorte, la infamante accusa proviene da chi invoca la pace esortando l’invio di armi al pacifico esercito ucraino. Quello, per intenderci, che inglobando con estrema disinvoltura battaglioni e formazioni militari apertamente ispirati al nazismo, come i famigerati battaglioni Azov e Pravy Sektor, ha bombardato per otto anni il Donbass, colpevole di indipendenza dal governo fantoccio nato dal golpe della cosiddetta Euromaidan, causando il ragguardevole numero di quindicimila vittime. Vittime di serie B, passate quasi del tutto inosservate nell’Europa del diritto e della condanna a tutti i totalitarismi; nell’Europa che ha equiparato fascismo e comunismo nella più brutale amnesia e nella più crudele offesa alla Memoria che la Storia ricordi.

Rilevare questi passaggi, imprescindibili per comprendere quanto accade al di là della semplificazione, sarebbe utile all’irrobustimento della democrazia piuttosto che al suo detrimento. L’ostracismo e la gogna mediatica nei confronti anche di autorevoli personalità che esprimono posizioni critiche sulla delicatissima fase storica in corso, non aiutano a raggiungere la pace, ma alimentano i venti di guerra che come abbiamo già sottolineato non hanno mai smesso di spirare.

 

Alla fiera dell'Est

A questo proposito, occorre evidenziare qualche aspetto della guerra nell’Est che ha tremendamente a che vedere con la coscienza profonda dell’Occidente. Con la nostra coscienza. Uno riguarda l’accoglienza, in una delle frontiere più discusse e controverse degli ultimi anni. A quella della Polonia, si sono accalcati profughi già a partire dal 24 febbraio, ovviamente, ricevendo per quanto possibile cure e riparo. Profughi di guerra, come lo sono coloro che da anni tentano di oltrepassare quel limite per trovare asilo e rifugio e che trovano invece solo uno sdegnoso rifiuto. Dopo l’oltraggioso ricorso agli idranti e al filo spinato per respingerli una volta di più. Donne uomini bambine e bambine come lo sono coloro che provengono dalla vicina Ucraina, e magari anche dalla Russia, ma a loro è negato l’accesso; forse perché di un colore diverso della pelle e di una religione diversa. E forse perché figli di una guerra che abbiamo noi stessi provocato, come insaziabili cultori della crescita a tutti i costi, finanche sulla pelle altrui.

Sono effetti indesiderati di guerre lontane, che dunque non ci riguardano, come quella del Donbass. A loro l’Europa volge le spalle, e questo è l’altro aspetto farsesco di un dramma, si annulla nell’asservimento totale a interessi degli Stati Uniti che mai hanno rinunciato, né intendono farlo, a trascinare popolazioni e governi nella loro conveniente visione della democrazia. L’Europa rinuncia a ritagliarsi un ruolo da protagonista al tavolo dei negoziati, manchevole e inconsistente nella sua azione diplomatica, abbandonata ai proclami e al colpevole immobilismo di presunti leader completamente inadeguati e spaventosamente non all’altezza della situazione. C’è poi la latitanza dell’ONU, ridotta a ufficio notarile di Washington: un gigante dai piedi d’argilla inascoltato finanche nelle centinaia di risoluzioni che condannano Israele per le sue continue violazioni del Diritto Internazionale nei confronti del popolo palestinese.

Ciò che procura angoscia è la mancanza della politica. Non quella dei partiti, preoccupati più della vantaggiosità della propria demagogia che di una visione che li accrediti autenticamente presso l’elettorato. Manca la politica coraggiosa che tenti almeno di emanciparsi dalla colonizzazione culturale imposta dall’atlantismo incalzante di questo scorcio di secolo; di liberarsi dalla subalternità al potere della forza, da qualunque parte provenga, e di far prevalere la forza delle idee.

L’Italia e la Unione Europea non sfuggono a questo deprimente cliché, reiterando la volontà di inviare armi a una parte belligerante per il conseguimento della pace, togliendo fondi alla spesa sociale nel più classico degli ossequi alle dottrine neoliberiste. Tra le conseguenze di una guerra che nessuno vuole, tranne chi irresponsabilmente ne trarrà qualche lugubre profitto, rientra anche la sciagura di dover assistere alla grottesca rappresentazione della politica militare e del militarismo politico.

             

             

Le royalties si rivolgono al grande e piccolo investitore, costituiscono un nuovo asset di finanza alternativa e una vera rivoluzione per il mercato discografico; se a trarre profitto sono stati manager, produttori, etichette - cioè, esclusivamente il mondo orbitante allo show business - oggi chiunque può comprare diritti e obbligazioni legate alle royalties di una canzone, dei singoli artisti o gruppi.

Facciamo un passo indietro: la crisi internazionale legata alla pandemia cambia lo scenario per ogni forma di showbiz legato alla musica. Le vendite sono in calo, l'industria dei concerti è in fase di stallo, i ricavi in streaming non compensano le perdite. Neil Young e Bob Dylan sono i primi a mettere in vendita parte della loro leggendaria produzione. Subito dopo, anche David Crosby, Blondie, Barry Manilow faranno lo stesso. Nel 2020, in piena recessione causa Covid, Neil Young mette all'asta 1180 brani, ricavando fra copyrights e royalties, un introito di 50 milioni di dollari o secondo alcune fonti, addirittura di 100.

La sala della libreria Feltrinelli si riempie nel volgere di pochi minuti. Tutto si svolge nella rigorosa osservanza della normativa anti-covid ma anche nel rassegnato rispetto della tendenza del momento, ossia la volontaria e volenterosa autoesclusione dei giovani da eventi particolarmente impegnativi. I meno anziani dei partecipanti hanno da poco raggiunto o superato i cinquant’anni d’età e tutti, chi da alunno delle Elementari e chi da studente degli Istituti superiori, hanno fatto in tempo a vivere gli anni della lotta sociale nelle sue molteplici versioni: extraparlamentare, armata e sindacale; dalle conquiste dell’autunno caldo alla soppressione dell’indicizzazione dei salari al costo della vita.

Al conflitto e all’esclusione sociale nel nostro tempo è dedicato l’incontro, che trae spunto dal libro di Victor Matteucci: “Gli estranei. Underclass e identità borderline” (Prefazioni di Mauro Laeng e Rita El-Khayat, con un contributo di Alberto Franceschini, Nuova Ipsa editore).


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