di Carlo Benedetti

MOSCA. Al Cremlino si decide in queste ore se accogliere o meno la richiesta di Tarek Aziz di essere curato a Mosca. L’ex vice premier iracheno - figura di indubbio prestigio - è infatti gravemente ammalato: si trova da oltre 44 mesi nel carcere di una base americana a Bagdad. Si è rivolto, per trovare una clinica dove essere curato adeguatamente, al Papa, a Prodi e a D’Alema. Ed ora a Putin. E sembra proprio che la risposta russa dovrebbe essere positiva. A rendere nota questa vicenda umanitaria è l’avvocato italiano dell’esponente iracheno, Giovanni di Stefano, che fa uscire l’intera vicenda dal silenzio delle diplomazie collocandola nell’agenda delle questioni umanitarie, internazionali. Ad ospitare le dichiarazioni del difensore di Tarek Aziz è ora uno dei massimi quotidiani di Mosca, Nezavisimaja gazeta.

di Giorgio Ghiglione e Matteo Cavallaro

So, was this what the Iraq war was fought for, after all? Così, era per questo che si era combattuta la guerra in Iraq, infine? Inizia con questa domanda dal vago sapore retorico l’articolo rivelazione del quotidiano inglese The Independent. Nel numero domenicale del 7 Gennaio, troviamo infatti pubblicata la bozza di una nuova possibile legge che darebbe alle compagnie petrolifere occidentali il controllo su un’enorme fetta delle riserve irachene.
Questa proposta segue di poche settimane i suggerimenti dell’Iraq Study Group, guidato da James Baker. Pragmatico per eccellenza, James A. Baker III raccomandava nelle sue conclusioni un ritiro graduale delle truppe entro il 2008 e l’apertura ai privati del mercato del greggio iracheno, ora nazionalizzato. I media mondiali, concentrati esclusivamente sul primo punto, si sono dimenticati di osservare il secondo. L’importanza di una tale mossa è indubbia, sia sotto il profilo economico che geopolitico.

di Giuseppe Zaccagni

Sedici paesi asiatici - la metà della popolazione del mondo - uniti per sviluppare le fonti di energia rinnovabile e per ridurre l’immissione nell’atmosfera di quei gas che producono l’effetto serra. E questo, in sintesi il risultato raggiunto al secondo vertice dell’ Asean (Association of South-East Asian Nations) che si è svolto nei giorni scorsi a Cebu, nelle Filippine. Si è raggiunta così una nuova ed importante tappa nell’ambito di quel programma mondiale teso a sviluppare ed utilizzare, attraverso uno sforzo congiunto, fonti energetiche alternative che possano far fronte ai bisogni delle crescenti economie regionali, in vista di una diminuzione delle riserve petrolifere.

di Carlo Benedetti

Bush non molla, con il suo processo a tappe. Ed ora piazza altre basi sul fronte dell’Est, favorito da governi compiacenti come quelli di Varsavia e di Praga che gli facilitano quel percorso di guerra che è pur sempre particolarmente accidentato. La notizia è delle ultime ore e riguarda la dislocazione, da parte del Pentagono, di impianti radar e di sistemi missilistici in regioni della Polonia e della repubblica Ceca. Attrezzature e basi che vanno ad aggiungersi alle stazioni “Echelon” di Vilnius in Lituania, di Tallin in Estonia e di Ventspils in Lettonia gestite e coordinate dal Comando generale statunitense della NSA (National Security Agency) di Fort Meade (nel Maryland) ed organizzate in cooperazione con i servizi segreti britannici del GCHQ (Government Communications Head Quarters), con i canadesi del CSE (Communications Security Establishment), con gli australiani del DSD (Defence Signals Directorate) e con i neo-zelandesi del GCSB (Government Communications Security Bureau).

di Giuseppe Zaccagni

La scelta filoeuropea, filoccidentale e di rinuncia alla sovranità di Belgrado sul Kosovo è stata bocciata dagli elettori serbi, i quali hanno deciso di premiare - almeno con il voto - quelle forze nazionaliste sempre ancorate ai miti patriottici del passato e alle idee della “Grande Jugoslavia”. Il risultato della consultazione di queste ore (con 6 milioni e 600mila elettori, chiamati a scegliere tra 3.795 candidati ripartiti in 20 formazioni politiche, che si dividono i 250 seggi del Parlamento con il sistema proporzionale e con lo sbarramento al 5 per cento) lascia però aperte varie soluzioni, in quanto non c’è una maggioranza capace di gestire il nuovo governo. Tanto che si può dire che la vittoria è dei nazionalisti - orfani della Jugoslavia di un tempo - ma che il potere resta ai democratici. E non è un gioco di parole: parlano i dati usciti dalle urne.


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