di Elena Ferrara

Le casse di Pyongyang sono vuote e i debiti con la Russia (forniture che risalgono ai tempi dell’Urss) gravano sempre più sulla fragilissima economia locale. E quindi Putin rilancia una vecchia pratica dei tempi sovietici. Chiede al governo nordista di inviare in Russia – nelle zone siberiane e dell’Estremo Nord - manodopera coreana: operai e contadini. Tutto ben conteggiato per giornate lavorative, salari e contratti di vario genere. Così – secondo gli economisti di Mosca - nel giro di 30 anni il governo di Kim Jong Il potrebbe riuscire a coprire il buco economico che si è registrato in favore di Mosca. Comincia perciò la grande migrazione. Si prevedono regioni di accoglienza che saranno veri e propri campi base. Ma subito c’è la protesta di Amnesty International che si oppone a una pratica del genere sottolineando che non è possibile, nell’epoca attuale, prendere manodopera dall’estero facendola lavorare praticamente gratis, perché garantita da un governo. In pratica: operai come moneta di scambio.

di Raffaele Matteotti

Si apre l'attesa conferenza nazionale di Mogadiscio indetta dal governo somalo, ma alla conferenza arrivano in pochi visto che la capitale somala è terreno di battaglia e che le stessi sedi del governo sono da giorni prese di mira a colpi di mortaio. Il premier Ghedi aveva detto che la conferenza si sarebbe tenuta anche se fosse esplosa una bomba atomica, ma la qualità ed il numero dei partecipanti porta a credere che si tratterà di qualcosa di assolutamente inutile. Nemmeno gli inviati della UE, tra i quali il nostro stoico Raffaelli, si sono presentati e i piloti che dovevano portare gli “ospiti” stranieri si sono semplicemente rifiutati di atterrare in un aeroporto che è uno degli epicentri della violenza. La situazione nel paese è pessima, la violenza nella capitale è ormai endemica ed è di pochi giorni fa l'ennesima fuga in massa degli abitanti, che li porterà a raggiungere gli altri somali che fanno la fame nelle zone più decentrate del paese. La fame, nel paese “liberato dagli islamici” è una minaccia più attuale ed imponente di quella della guerra. Particolarmente significativa e preoccupante è la situazione dipinta dalle agenzie umanitarie, che denunciano il governo di ostacolare gli aiuti e parlano di un paese in mano alle bande armate nel quale centinaia di migliaia di profughi sono abbandonati al loro destino.

di Giuseppe Zaccagni

Vojslav Kostunica, il premier di Belgrado, batte i pugni sui tavoli delle diplomazie occidentali per ribadire che il Kosovo era e resta parte integrante della Serbia. Fissa però per il 24 luglio una seduta del parlamento che chiederà ufficialmente il proseguimento di negoziati “diretti” con gli albanesi kosovari. E “diretti” – ribadisce Kostunica – vuol dire senza mediatori. Tutto questo sta a significare che non vi sarà da parte serba nessun passo in favore nei confronti di quella risoluzione americano–britannica tesa a fissare le linee istituzionali per nuove forme di indipendenza della regione. Nessun compromesso e nessuna manovra delatoria. L’interesse statale e nazionale – dice la dirigenza belgradese – consiste nel conservare l’integrità territoriale in conformità alla Carta dell’ONU e, di conseguenza gli stati che desiderano avere un rapporto normale con la Serbia devono rispettare lo status reale del Kosovo. Tutto questo vuol dire che si va al giro di boa per una provi?cia che dopo il conflitto del 1998-1999 è stata posta sotto ammi?istrazio?e dell'O?u con una guerra che ha rappresentato una frattura nella democrazia moderna e nel sistema delle relazioni internazionali.

di Daniel John Angrisani

Nel suo ultimo libro, Bob Woodward, uno dei maestri indiscussi del giornalismo americano, nonché colui che, assieme a Carl Bernstein, ha contribuito a suo tempo alle dimissioni di Nixon scoprendo lo scandalo Watergate, ha definito George W. Bush presidente di una America "in denial", in sostanza fuori dal mondo. A distanza di circa un anno dalla pubblicazione di questo libro, questa affermazione è sempre più confacente a descrivere gli Stati Uniti d'America di George W. Bush nei suoi ultimi anni alla Casa Bianca. Prendiamo ad esempio il teatrino politico dell'ultima settimana. Dopo che il New York Times ha pubblicato un pesantissimo editoriale chiedendo il ritiro immediato delle truppe, e dopo che i sondaggi d'opinione hanno mostrato che ormai la stragrande maggioranza degli americani appoggia questa posizione (oltre il 70%) e persino che buona parte degli americani sarebbe pronta ad appoggiare l'impeachment contro il presidente Bush (51% favorevoli) e contro il vicepresidente Cheney (54%), da parte della Casa Bianca l'unica risposta è stata quella di affermare la necessità di continuare sulla strada finora intrapresa come se nulla fosse accaduto.

di Alessandro Iacuelli

E' stato uno dei più violenti terremoti della storia del Giappone, quello che ha colpito il nord ovest del Paese, 250 km circa a nord di Tokyo, causando almeno nove morti e oltre 300 feriti. Il Giappone è il Paese che ha saputo meravigliare il mondo intero per le sue costruzioni antisismiche e per il saper resistere alle scosse senza che ci fossero vittime. Stavolta non è andata così. Il terremoto ha distrutto un intero villaggio ed ha innescato un violento incendio nella centrale nucleare di Kashiwazaki Kariwa, nella provincia di Niigata. Le immagini trasmesse dalle emittenti tv mostrano una vasta colonna di fumo nero che si alza dall'impianto di Kashiwazaki Kariwa. I quattro reattori della centrale sono stati fermati. La compagnia elettrica Tepco (Tokyo electric power) ha confermato che le fiamme si sono sviluppate in un trasformatore che fornisce corrente ai reattori nucleari. L'agenzia meteorologica giapponese ha rilevato la scossa alle 10.13 ora locale (le 3.13 in Italia) del 16 luglio, avvertita anche a Tokyo. Dopo la scossa più forte, ne sono state avvertite altre di assestamento, nessuna superiore ai 5 gradi della scala Richter. L'epicentro è stato registrato in mare, ad una profondità di 10 chilometri, al largo di Niigata, sull'isola di Honshu, a non molta distanza dalla centrale nucleare in fiamme.


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