di Alessandro Iacuelli

A Fukui c'è una centrale elettrica, come in quasi tutte le città del mondo civile. Domenica 14 gennaio nella centrale c'è stata una perdita d'acqua. Non sarebbe un problema, se non si trattasse di una perdita di acqua contaminata da sostanze radioattive: la centrale elettrica di Fukui infatti è di tipo nucleare. Non lontano da Fukui c'è il reattore di Mihama, che non solo è in una centrale nucleare molto più grande, ma è anche quello che nell'agosto 2004 ha visto il verificarsi di un grave incidente, con una fuga radioattiva. L'impianto venne immediatamente chiuso, ed è stato riaperto solo pochi giorni fa. Subito dopo la riapertura, ecco un nuovo incidente nella vicina Fukui.Torniamo proprio a Fukui, e cerchiamo di capire cosa è successo domenica 14. Secondo la ricostruzione, la fuga d'acqua contaminata ha investito quattro operai senza tuttavia provocare conseguenze sulla loro salute, questo secondo la Kansai Electric, la compagnia che gestisce il reattore.

di Giuseppe Zaccagni

MOSCA Marciano nelle strade ben inquadrati e a dicembre, in settantamila, hanno anche ricevuto un abito rosso alla babbo natale (o... alla nonno gelo). Si riuniscono regolarmente e hanno a disposizione palestre, stadi, sale di conferenze... e tanti, tanti mezzi e soldi. Sono giovani e giovanissimi reclutati per “sostenere il Presidente della Russia, Putin”. E il Baden Powell locale (Tichon Ciumakov) chiama questi boy-scout russi i “Nasci”. Cioè i nostri. Saranno così anche loro a condurre la campagna elettorale di quello che ormai - senza pudore - viene definito ufficialmente il “Partito del potere”. Che tradotto in termini semplici vuol dire il partito di Putin e dei suoi uomini. Tutti, accanto, avranno i loro “Nasci”. Ma la trovata - pur se funzionale - non è originale. Il precedente sistema sovietico aveva inventato gli “Oktiabriati” (i bambini dell’Ottobre) che, crescendo, divenivano “Pionieri” (camicetta bianca con un fazzoletto rosso) e passavano poi ad essere “Komsomolzi”, cioè giovani comunisti... Ora comincia l’era dei “Nasci”.

di Carlo Benedetti

MOSCA.Le storie sulla morte di Stalin sono tante e tutte misteriose. Malattia o complotto? Infarto o delitto? Veleno? E se di delitto si è trattato chi è stato il mandante? Chi il killer? Beria, il grigio esponente della sicurezza? O un Krusciov ansioso di prendere il posto del grande capo? E cosa avvenne in quelle tragiche ore al Cremlino e nella dacia dove Stalin era solito passare gran parte del suo tempo? Le risposte sono tante e tutte diverse. Non c’è una verità perchè ci sono tante versioni. Ed ora, a Mosca, ne arriva un’altra. E’ quella che il regista russo Grigorij Ljubomirov cercherà di fornire ai telespettatori con il suo serial intitolato “Stalin.Live”. C’è quindi attesa per questo lavoro che si annuncia come estremamente documentato, basato su testimonianze e documenti dell’epoca. Tutto relativo a quell’arco di tempo del febbraio 1953 che la tv cercherà di riportare alla luce arrivando poi al momento della morte che le cronache ufficiali fissano per il 5 marzo 1953.

di Bianca Cerri

L’ingegner Raggett è stato categorico: se si deve fare una barriera sul Golden Gate per impedire ai suicidi di saltare giù dovrà essere solida perché con la struttura dei ponti non si scherza. Ma gli amministratori di San Francisco temono che le modifiche possano influire sull’aspetto estetico dell’imponente struttura di ferro che attraversa la baia. La storia è tutt’altro che nuova, sono già circa 70 anni che ingegneri civili e autorità municipali di San Francisco discutono sull’eventualità di costruire una barriera che renda impossibili i suicidi ma se ai primi interessa soprattutto la sicurezza, i secondi si ribellano all’idea di inserire elementi “non accettabili esteticamente”. Il Golden Gate ha sempre attratto i suicidi come una calamita ma la soluzione non è stata ancora trovata. Il primo progetto di barriera fu presentato dagli architetti Ashen&Allen nel 1970 ma il sindaco di allora non lo approvò e il ponte rimase com’era.

di Daniele John Angrisani

Nei corridori del potere di Washington tira una strana aria. Per la prima volta dalla fine della guerra fredda l’elite politica ed economica degli Stati Uniti, abituata a fare e disfare qualsiasi cosa a suo totale piacimento, si trova ad affrontare una situazione di crisi da cui sembra apparentemente non riuscire ad uscirne fuori. Il pantano in cui si è andato ad infilare l’esercito americano in Iraq, assomiglia infatti, ogni giorno che passa, sempre di più ad una palude di sabbie mobili che inghiotte la potenza politica e militare americana con la velocità di un buco nero. L’inquilino della Casa Bianca, ormai più anatra decapitata che azzoppata, viene additato come il principale responsabile di questa catastrofe, che, anche un giornale dell’estabilishment, come il New York Times definisce “un fallimento disastroso”. Persino coloro che questa guerra tanto l’avevano agognata, ai tempi del “suonar di tamburi di guerra sul Potomac”, adesso hanno iniziato a ricredersi e a considerare questa avventura come uno dei peggiori errori strategici della storia degli Stati Uniti. Il tutto mentre da pochi giorni si è riunito il nuovo Congresso che, dopo la disfatta dei repubblicani alle elezioni di mid term, è dominato dai democratici, i quali non lesinano critiche anche pesanti alla condotta della Casa Bianca, sebbene non abbiano di fatto nessuna soluzione alternativa da proporre.


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