di Mazzetta

Questa mattina all’alba sono stati giustiziati in Iraq Barzan al-Tikriti e Awad Hamad al-Bandar. Il primo era il fratellastro di Saddam e capo dei suoi temuti servizi segreti dal 1979 al 1983, il secondo era a capo della Corte Rivoluzionaria Irachena e quindi del sistema penale. Entrambi erano stati condannati in quanto riconosciuti colpevoli (insieme a Saddam) dell’esecuzione di 148 abitanti di Dujail nel 1982. La strage degli abitanti di questa cittadina venne decretata a seguito di un fallito attentato a Saddam, nel corso del quale furono sparati colpi di mitragliatrice che colpirono l’auto del dittatore mentre lasciava il posto dopo una visita ufficiale. Dopo un rastrellamento di quasi cinquecento persone, un terzo di loro venne condannato a morte ed ucciso. Se per il capo dei servizi segreti la condanna non aveva suscitato particolare stupore, più problematica è stata sicuramente quella del giudice, poiché la difesa ha a lungo sostenuto che questi si sia limitato ad applicare il codice penale iracheno vigente all’epoca.

di Giuseppe Zaccagni

MOSCA. Sembrava una “vicenda” circoscritta nel tempo. Archiviata nei meandri della storia. Materia di dibattiti per diplomatici e studiosi delle vicende della seconda guerra mondiale. Contenzioso sì, ma pur sempre caratterizzato da intese sul filo della realpolitik. Invece la questione torna ad esplodere e per Putin potrebbe essere un nuovo e duro problema da affrontare. Accade infatti che il Giappone riapre la già contestata pagina relativa a quelle quattro isole che compongono l'arcipelago meridionale delle Kurili, un tempo comprese nel Giappone e poi occupate dall’Urss nel corso della seconda guerra mondiale. Aree tutte della regione di Sachalin e sempre definite, nel linguaggio geopolitico di Tokio, come “Territori del nord”. Ma ora sembra proprio che sia arrivata la resa dei conti. Perchè il ministro degli Esteri giapponese Taro Asso - nel corso di una seduta della commissione parlamentare per gli affari esteri giapponese svoltasi a Tokio - chiede che Russia e Giappone si spartiscano in metà eguali le quattro isole che compongono l'arcipelago meridionale delle Kurili.

di Carlo Benedetti

MOSCA. Sull’onda lunga della guerra del gas - che coinvolge e sconvolge Mosca, Kiev ed ora Minsk - arriva al Cremlino la protesta dei bojari. Perchè i deputati della Duma alzano il tiro contro il governo guidato dal primo ministro Michail Fradkov. Ma in realtà l’attacco è a Putin. E l’accusa rivolta all’intero vertice del Paese è di aver tirato troppo la fune delle pressioni e delle contese con le nazioni confinanti utilizzando, come strumento di pressione geopolitica, le enormi risorse energetiche di cui la Russia dispone. I deputati, inoltre, manifestanto sempre più scetticismo nei confronti di quel vecchio progetto di unificazione economico-amministrativa tra Russia e Bielorussia, di cui si parla da anni e che ora langue mostrando sempre più di essere considerato come un mezzo per estendere il controllo di Mosca su una importante area della Csi.

dall'inviato Fabrizio Casari

MANAGUA. Sedici capi di Stato e di governo, esponenti di forze politiche provenienti da sessantacinque Paesi, mille giornalisti accreditati. La cifra politica dell’insediamento del Comandante Daniel Ortega alla Presidenza della Repubblica è anche qui; mai, nella storia del piccolo paese centroamericano, l’insediamento di un presidente aveva convocato tanto interesse a livello internazionale. È il segnale evidente di un clima di attesa e d’interesse politico che anche a livello internazionale caratterizza il ritorno al potere, dopo sedici anni di opposizione, del Frente Sandinista. Daniel Ortega, presidente del Nicaragua che fu, è il Presidente del Nicaragua che sarà. Le aspettative sono tante e la fiducia è decisamente superiore alle paure. La cerimonia dell’investitura, ricca di dettagli curiosi quanto indicativi e anche di una improvvisazione inaspettata, ha rappresentato però non solo il passaggio formale tra l’esecutivo entrante e quello uscente.

di Giorgio Ghiglione e Matteo Cavallaro

Le recenti sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran hanno prodotto un primo effetto. Dal 1° Gennaio di questo anno, dopo la decisione dell’Alto Consiglio per l’Economia presa a metà Dicembre, il dollaro ha cessato di essere la valuta di riferimento per le transazioni finanziarie di Teheran. Quindi anche per quelle petrolifere. Già in passato era balenata l’ipotesi, poi rivelatasi una diceria, di una borsa petrolifera basata sull’Euro con sede nell’area di libero scambio dell’isola di Kish. Un progetto di impossibile realizzazione, se non altro perché richiedeva l’apporto partecipativo dei petrocaliffati del Golfo, i quali non avevano tuttavia la benché minima intenzione di sferrare un attacco così diretto ad un sistemo economico, quello USA, in cui avevano investito larga parte dei loro proventi. Questa volta la situazione è diversa. Ahmedinejad sta usando la questione atomica come la santa causa nazionale, irritando la Casa Bianca e il rispettivo alleato israeliano che invocano e ottengono le sanzioni economiche delle Nazioni Unite.


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