Dopo mesi di pose elettorali, nel governo inizia la battaglia sul reddito di cittadinanza. La settimana scorsa il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto omnibus che, tra i vari provvedimenti, prevede il rifinanziamento del sussidio. Nel corso della riunione, il ministro leghista dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha protestato contro la misura per via delle coperture: i 200 milioni stanziati (comunque meno dei 260 contenuti nella prima bozza) arrivano dai soldi iscritti a bilancio e poi non spesi per altri interventi sociali, ossia l’Anticipo pensionistico per i lavoratori precoci e le occupazioni gravose, il Reddito d’emergenza e i congedi parentali.

Da quando guida la Lega, Matteo Salvini non è mai stato così debole. Lo scandalo Morisi e il disastro apparecchiato per le amministrative certificano la crisi del fu Capitano, ma sono solo l’ultimo atto di una parabola discendente iniziata più di due anni fa. Dopo l’harakiri del Papeete - quando uscì dal governo Conte1 convinto, a torto, di forzare le elezioni anticipate - Salvini ha continuato a scrivere un manuale di autolesionismo. Prima è riuscito a perdere quasi il 15% nei sondaggi stando all’opposizione - caso unico nella storia repubblicana - poi si è infilato nel governo Draghi per partecipare al banchetto del Recovery, ma così facendo ha perso il controllo del partito.

La celebrazione a media unificati di Sua Santità Mario Draghi non accenna a indebolirsi, ma la verità è che nemmeno il sommo vate dell’eurocrazia riesce a fare miracoli. E, di fronte alla necessità di rispettare una tabella di marcia, rimarremmo italiani anche se a guidarci fosse il dio Thor. Prendiamo il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che contiene tutti gli impegni assunti dall’Italia in cambio di aiuti europei per oltre 190 miliardi. In base a quel documento - citato da tutti e letto da nessuno - entro il 2021 dovremmo approvare 27 riforme e realizzare 24 investimenti. Ebbene, alla fine dell’anno mancano poco più di tre mesi e siamo ancora a caro Mario ti scrivo: fin qui, abbiamo dato il via libera ad appena otto riforme e a cinque investimenti.

Ogni giorno che la Lega passa al governo Matteo Salvini perde un po’ di terreno. L’ultima prova del teorema è arrivata dal decreto sul green pass per tutti i lavoratori, che ha restituito l’immagine di un Carroccio spaccato. Esiste una Lega governativa, guidata da Giancarlo Giorgetti e dai presidenti delle Regioni del Nord, e una Lega di lotta, di animo salviniano. Fra le due, però, la prima ha posizioni coerenti, mentre la seconda passa il tempo a protestare contro l’esecutivo di cui fa parte.

Una schizofrenia che si sta rivelando mortifera sul piano elettorale, perché allontana sia i voti moderati sia quelli dei sovranisti più radicali, che si spostano verso chi è davvero all’opposizione, cioè Fratelli d’Italia.

La settimana scorsa Mario Draghi ha detto che il governo sta valutando la possibilità di rendere obbligatorio il vaccino anti-Covid. Non è sceso nei dettagli, ha solo risposto “sì” a una domanda in conferenza stampa. Strano, no? Se davvero l’esecutivo pensasse di varare un provvedimento senza precedenti in Europa, ci si aspetterebbe che il Premier affrontasse l’argomento in modo un po’ meno laconico.

A ben vedere, però, l’obbligo vaccinale non è molto verosimile, soprattutto per ragioni politiche. L’articolo 32 della Costituzione stabilisce che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Significa che, per rendere obbligatorio il vaccino, il governo non potrebbe usare il solito decreto d’urgenza, ma dovrebbe presentare in Parlamento un disegno di legge. E quasi certamente - a meno di tradimenti in massa - Camera e Senato boccerebbero il provvedimento, visto che i leader dei due partiti con più seggi (Lega e M5S) si sono espressi in modo chiaro contro l’imposizione delle punture.


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