Con il solito mezzo sorriso e il solito completo da matrimonio, Luigi Di Maio si è prodotto nell’ennesima capriola della sua carriera. Chi grida allo scandalo ha la memoria corta, perché, nella biografia del fu “ragazzo straordinario”, la scissione dal Movimento 5 Stelle non è affatto il capitolo più imbarazzante.

Parliamo di un uomo capace di chiedere l’impeachment di Sergio Mattarella per poi giurare (più volte) nelle sue mani. Un uomo capace di rendere omaggio ai gilet gialli per poi genuflettersi davanti a Macron. Un uomo capace di scagliarsi per anni contro l’Euro e l’Unione europea per poi riscoprirsi europeista radicale, atlantista di ferro, marionetta che consegna i suoi stessi fili a Mario Draghi. Un uomo capace di difendere “il limite dei due mandati” salvo poi spaccare il partito per dribblare quella stessa regola (ed evitare, si dice, una deroga che Conte avrebbe calato dall’alto solo in suo favore, con paterna magnanimità).

Ogni guerra porta con sé un certo grado di degenerazione cognitiva, che a sua volta produce, tra tanta immondizia, alcune aberrazioni in stile orwelliano. La fine che ha fatto il Copasir è un esempio perfetto di questo fenomeno. Nato nel 2007 dalle ceneri del Copaco, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica avrebbe il compito di controllare, a nome delle camere elette dal popolo, l’operato dei servizi segreti. A quanto pare, invece, ora il Copasir si è messo a fare tutt’altro, e cioè a indagare sui privati cittadini che osano dissentire dal governo in tema di guerra e relazioni internazionali.

Chi fra Covid e guerra ha sentito la mancanza delle pagelle europee può consolarsi. Bruxelles pubblica oggi le Raccomandazioni di primavera e torna a rimproverare l’Italia come sempre. Nel testo che la Commissione presenta oggi viene definita “essenziale” l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), con tutte le riforme che questo comporta.

Mentre con la bocca parliamo di soluzione diplomatica, di cessate il fuoco e di pace “credibile”, con le mani continuiamo a mandare armi in Ucraina. Venerdì è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il terzo decreto interministeriale per spedire a Kiev “materiale bellico”, che stavolta sarà anche più pesante di quello inviato finora. Non più solo strumenti di difesa, quindi, con tanti saluti alla retorica della “guerra per la pace” diffusa dai media mainstream.

L’ipocrisia la fa davvero da padrona nel campo dei guerrafondai. Varie recenti esternazioni di costoro ne costituiscono una prova davvero evidente. Basti pensare allo sdegno del segretario del PD Enrico Letta di fronte a coloro che osano chiamare il conflitto in corso una “guerra per procura”. Secondo il segretario del PD si tratterebbe di una definizione “ignominiosa”, perché “i protagonisti sono gli ucraini, sono loro che stanno morendo e saranno loro a decidere se e a quali condizioni accettare una soluzione diplomatica”. Mentre non ci sono dubbi sul fatto che gli ucraini siano le principali vittime della guerra in corso - anche se ovviamente si tende a dimenticare sempre le popolazioni del Donbass, le quali possono dirsi ucraine fino a un certo punto - la seconda condizione enunciata da Letta corrisponde a un pio desiderio.


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