di Michele Paris

Un’interessante proposta per combattere le violenze e gli abusi nei confronti degli animali è arrivata in questi giorni da un politico locale californiano. L’idea avanzata dal leader di maggioranza al Senato statale della California, il democratico Dean Florez, è quella di istituire un registro pubblico, consultabile in rete, di quanti siano stati protagonisti di maltrattamenti su animali. Secondo il progetto di legge, chiunque verrà condannato per questo genere di violenze sarà tenuto a registrarsi presso un ufficio di Polizia, fornendo una propria fotografia e i dati relativi alla residenza e al posto di lavoro. Il tutto finirà quindi su Internet, assieme alle informazioni sul tipo di crimine commesso.

Se attuata, la proposta del parlamentare democratico della California - presidente della Commissione Agricoltura al Senato statale e fondatore di uno speciale Comitato per la Protezione degli Animali - introdurrebbe per la prima volta negli USA un registro simile ad altri che lo stato americano più popoloso già utilizza per piromani e condannati per reati sessuali. Nonostante le resistenze mostrate da più parti per le possibili implicazioni relative alla privacy, il disegno di legge sembra raccogliere consensi bipartisan nell’Assemblea statale di Sacramento.

Stato tradizionalmente molto sensibile ai diritti degli animali, la California si è già distinta di recente per altre iniziative all’avanguardia. Qualche mese fa, ad esempio, è stata proibita l’amputazione della coda per le vacche da latte, una pratica impiegata per facilitare le operazioni di mungitura. Nel 2008, invece, un referendum popolare contestato dagli allevatori (Proposition 2) aveva fissato l’obbligatorietà di predisporre spazi dignitosi negli allevamenti di suini, galline e vitelli.

La nuova proposta di legge è stata redatta con l’aiuto del gruppo animalista californiano Animal Legal Defense Fund, i cui membri hanno sottolineato come il registro potrà essere utile anche per prevenire reati di altro genere. “È risaputo che esiste un legame tra chi esercita violenza sugli animali e chi si rende protagonista di altre forme di violenze”, ha spiegato il responsabile degli affari legali per l’organizzazione di stanza a Cotati, nei pressi di San Francisco. In questo modo, inoltre, sarà possibile rintracciare i responsabili degli abusi anche in caso di un loro trasferimento in un altro stato.

Iniziative di legge negli Stati Uniti per introdurre un registro simile erano in realtà già state provate, senza successo, nel recente passato in Colorado, Rhode Island e Tennessee. In quest’ultimo stato, nel 2008 il Senato locale aveva dato il via libera al provvedimento, che si è però successivamente arenato alla Camera bassa del parlamento statale. Un registro analogo, poi, risulta già esistente sul sito web Petabuse.org, dove è pubblicato un elenco parziale di persone coinvolte in violenze contro gli animali negli USA, in Canada, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Australia e Spagna.

In attesa di sviluppi in California, lo stesso Animal Legal Defense Fund ha lanciato intanto negli Stati Uniti un nuovo sito (ExposeAnimalAbusers.org) e una campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e spingere gli elettori a chiedere ai loro rappresentanti politici di introdurre anch’essi registri pubblici di questo genere nel resto del paese.

A dare il proprio sostegno al progetto è stata anche la Humane Society degli Stati Uniti (HSUS), cioè la più importante organizzazione animalista del mondo, la quale ha tuttavia messo in guardia dall’impopolarità del metodo di finanziamento previsto, soprattutto in tempi di crisi economica. Per coprire le spese del registro, sarà infatti applicata una piccola tassa sul cibo per animali, un’idea già fortemente contrastata dalle aziende del settore e dagli stessi politici repubblicani, tradizionalmente riluttanti ad appoggiare aumenti di tasse, soprattutto in campagna elettorale.

Per il promotore del registro, il democratico Dean Florez, il costo dell’operazione non dovrebbe però superare il milione di dollari e i voti per la sua approvazione sembrano già assicurati. Per gli animalisti californiani, in ogni caso, si tratta di una scelta di civiltà ed un’iniziativa indispensabile per valutare i rischi per la società di cui sono portatori gli individui che si macchiano di crimini ai danni degli animali.

di Mario Braconi

Nel novembre del 2009, Jonathan Safran Foer, acclamato autore di due romanzi ("Ogni cosa è illuminata" e "Molto forte, incredibilmente vicino"), ha scritto un'opera non narrativa ("Se niente importa"), nella quale, utilizzando uno stile complesso, a metà tra il saggio e il memoir, ripercorre l'evoluzione logica e morale che l’ha condotto alla scelta vegetariana. Il quotidiano britannico Guardian del 22 febbraio scorso ne propone un estratto, e precisamente quello in cui lo scrittore racconta la sua visita notturna e clandestina ad un allevamento industriale in California, in compagnia di un'animalista "minuta e fragile, occhialoni da aviatore, infradito e apparecchio dentale". Una testimonianza imprescindibile per chi desideri capire esattamente quale sia la “storia” della carne che molti di noi consumano diverse volte la settimana e quale zavorra di stupidità, avidità e sofferenza vi rimanga attaccata sopra. Anche se Safran Foer parla degli USA, in Europa la situazione non è molto migliore.

Sono le 3.30 del mattino quando Jonathan e l'attivista che lo accompagna entrano nello stabilimento infilandosi tra due linee di filo spinato. Tutte le porte dei locali sono chiuse ermeticamente: un'ossessione per la riservatezza che fa eco a quella degli uffici stampa dei colossi di agricoltura ed allevamento intensivo contattati da Safran Foer per le sue ricerche, i quali non si sono mai degnati di rispondere alle sue richieste di informazioni. In effetti, "i lobbisti dell'allevamento intensivo sanno che il successo del loro modello di business si basa sul fatto che i consumatori non siano mai in grado di vedere (o sentire) come essi si comportino in realtà".

E' quasi certo, infatti, che chi compra un pollo per farlo arrosto ignori le sevizie cui questi animali sono sottoposti finché sono in vita e le precarie condizioni igienico sanitarie del prodotto finito quando fa mostra di sé, impacchettato nel cellophane, dentro i refrigeratori dei supermercati. Per la prima settimana di vita, i polli vengono tenuti con le luci accese 24 ore su 24 – per costringerli a mangiare di più - dopodiché viene loro concessa una notte sintetica di quattro ore al giorno (il minimo indispensabile per evitare che muoiano). Grazie a questo abominevole trattamento, la muscolatura dei volatili cresce più velocemente delle loro ossa, il che procura loro deformità e malattie (si calcola che un quarto di loro abbia problemi a camminare), quando non una morte improvvisa tra le convulsioni (in un numero di casi compreso tra l'1% e il 4%).

Non occorre essere geni per capire che, anche quando sono "in salute", questi animali vivono in una condizione permanente di dolore fisico. In un certo senso, è positivo il fatto che la loro vita sia programmata per durare qualche settimana (per l'esattezza 42, anche se la tendenza è quella di scendere verso le 39), un periodo di tempo che non consente nemmeno la creazione di una gerarchia sociale attraverso la quale farsi strada o soccombere.

Stipare in un capannone decine di migliaia di animali deformi e malati (manifestano spesso problemi agli occhi, cecità, infezioni ossee, spondilolistesi – ovvero scivolamento delle vertebre - paresi, emorragie interne, anemia, deformità alle zampe e al collo, disturbi respiratori e generale debolezza del sistema immunitario) significa creare una situazione ideale per la diffusione di agenti patogeni. Studi americani, citati da Safran Foer, stabiliscono che tra il 39 e il 75% dei polli che arrivano nei negozi sono infetti di Escherichia Coli, percentuali tra il 70 e il 90 sono affetti dal batterio Campylobacter (che su soggetti a rischio può raramente rivelarsi addirittura letale) mentre circa l'8% dei polli di batteria contrae la salmonella.

Il processo di uccisione e trattamento degli animali presenta caratteristiche tali da far accapponare la pelle perfino ad un appassionato di film splatter: una catena di montaggio dove gli animali, al termine di un lungo viaggio in camion senza bere né mangiare, vengono appesi a testa in giù, passati attraverso un "bagno" elettrificato studiato per stordirli, ed infine fatti passare attraverso una macchina "tagliagole".

Da notare che la tensione elettrica all'interno della vasca anestetizzante è mantenuta ad un livello pari ad un decimo del quantitativo necessario ad ottenere l'effettivo stordimento degli animali, che spesso rimangono paralizzati, ma non insensibili al dolore come si vorrebbe far credere; tradotto in numeri, vuol dire che negli USA ogni anno 180 milioni di polli vengono macellati in modo non coerente nemmeno con le blande regole che l'industria si è data da sola. A questo proposito giova ricordare come la potente lobby americana dei produttori di polli, già trenta anni or sono sia riuscita a far declassificare a "difetto estetico" la (tutt’altro che infrequente) presenza di tracce di feci sulla carne da "agente contaminante".

In questo contesto poco allegro, c'è un aspetto comico: la presenza, al termine della filiera di trasformazione, di un incaricato del Dipartimento dell'Agricoltura americano (USDA), che ha la bellezza di due secondi (due secondi!) per "analizzare ogni uccello macellato dentro e fuori al fine di identificare più di una dozzina di diverse malattie e sospette anomalie". Servirebbe un genio. Infine, i polli vengono sottoposti ad un processo di refrigerazione per immersione: non solo l'acqua dove vengono immessi gli animali è talmente lurida da poterla definire senza esagerazione un "brodo di escrementi", ma produce un aumento artificiale del peso, cosa che consente all'industria aviaria di vendere decine di migliaia di tonnellate di acqua (sporca) al prezzo di carne!

Michiko Kakutani, la temuta critico letterario del New York Times, commentando il libro sulle colonne del suo giornale, ha stigmatizzato l'uso della parola "atrocità" nel libro di Safran Foer, così come ha considerato con freddezza le analogie che lo scrittore ha stabilito tra la situazione negli allevamenti intensivi e i momenti bui della storia recente. Secondo la Kakutani, che pure riconosce il notevole talento stilistico dello scrittore di origine ebraica, il libro, con la sua tesi pro-vegetariana e i suoi toni accorati, finisce per "sollevare qualche interrogativo sul senso delle priorità e delle proporzioni dello scrittore".

Forse non è del tutto in errore (benché Safran Foer abbia scritto in passato dell'Olocausto, quello vero, in modo originale e toccante), eppure l'ultimo libro di Safran Foer è utile per ricordarci quanto è sano (in senso sanitario come in senso morale) il cibo che troviamo nei nostri piatti. Dopo di che, come è giusto, ognuno è libero di scegliere.

di Liliana Adamo

Si chiamano: canapiglia, codone, marzaiola, moriglione, moretta, fagiano di monte, pernice rossa, combattente, frullino, coturnice…Secondo il Rapporto Birds in Europe II di BirdLife International (testo di riferimento per la Commissione Europea) sono trentaquattro specie protette; minacciate d’estinzione, per ovvie logiche di spazio non possono essere qui tutte enumerate. I rischi per la loro sopravvivenza sono tanti e facilmente prevedibili: distruzione degli habitat di svernamento e alimentazione, contaminazione da metalli pesanti, disturbi antropici, automazione agricola nei siti riproduttivi, uccisioni illegali in primavera, avvelenamenti da infestanti.

Lui, invece, si chiama Franco Orsi, senatore ligure del PDL, membro della Commissione permanente ambiente, beni ambientali e territorio, consegnatario di una modifica sulla legge venatoria che, sostanzialmente, rappresenta l’ennesimo attentato alla libertà per il 99% degli italiani, alla difesa dei beni naturali, al futuro delle nostre comunità e al buon senso. Per chi non lo rammentasse, il 2010 appena iniziato è l’anno dedicato alla difesa della biodiversità. Questo nei proclami; in concomitanza, i rappresentanti del Senato, investiti dal popolo che li ha eletti, assecondano i bassi istinti di una lobby minoritaria (pari all’1%) e approvano il sopraccitato DDL.

Prima di vagliare l’intelligenza del senatore Orsi, gradiremmo altresì abbozzare a chi ci governa, che la modifica della legge, qualora passasse anche alla Camera dei Deputati, provocherebbe battaglia dura, epocale, a oltranza. L’attuazione di questa vergogna (con l’offensiva sfrontatezza della parte politica che l’ha proposta, cui non va esclusa la razione leghista), semplicemente, non s’ha da fare. Il disegno di legge contempla facilitazioni al possesso delle armi, mira a ridurre a sedici anni l’età minima per possedere armi da fuoco per uso venatorio, elimina l’interesse pubblico alla tutela della fauna, vanificando in questo modo un patrimonio di conoscenze e anni di dure battaglie per mettere in piedi una cultura rispettosa dell’ambiente e del territorio.

Consente, inoltre, la caccia sulle vie di migrazione, nelle aree preservate e nei parchi, elimina la categoria delle specie protette e quelle utilizzate nelle cosiddette “attività sportive” o cresciute in allevamento; saranno escluse dalla nozione di fauna, perdendo così ogni tutela e attenzione. Caccia libera quindi a tutto ciò che muove: pappagalli, scoiattoli, ermellini, volpi, lupi, fringuelli, peppole, nutrie, finanche cani e gatti se “molestano”. L’arroganza arriva a colpire con norme punitive le Regioni che osino dichiarare “aree protette” più del 30% del loro territorio e nulla incide sulle peculiarità ambientali del luogo.

Se non bastasse, potrebbero essere cassati i limiti della stagione venatoria, (attualmente, tra il 1° settembre e il 31 gennaio), per estenderla da febbraio ad agosto, pertanto, ininterrottamente, senza alcun ritegno verso le attività riproduttive e la stagione delle migrazioni. Tutto questo marasma in delega alle singole Regioni, le quali, come spesso avviene, delibereranno a favore delle lobby affaristiche locali. Ancora, se la nuova proposta estende l’appostamento anche nei mesi estivi, si pensi all’incremento dei gitanti nei parchi, nei boschi o in campagna e al numero sempre crescente d’incidenti di caccia.

La lista degli orrori non finisce qui. La legge tollera d’imbalsamare le carcasse degli animali selvatici senza alcuna restrizione (quanti bracconieri s’inventeranno il nuovo mestiere d’impagliatori e faranno salti di gioia), totale liberalizzazione dei “richiami vivi”, una pratica equiparabile a un retaggio medievale e crudele: piccoli uccelli legati per le zampe, che si dibattono per ore, tenuti prigionieri in gabbie ridottissime per attirarne altri e per richiamare l’olfatto dei predatori. Tutte le varietà d’uccelli, cacciabili o non, potranno essere usati alla stregua di “richiami vivi”, peppole, fringuelli, pettirossi…Insomma, il territorio italiano trasformato in un campo di sterminio faunistico, alla mercé di un pugno d’imbecilli che considera la caccia uno “sport” e un “divertimento sano a contatto con la natura”, una specie di far west sregolato per beoti armati di fucili e pallettoni.

Contro questa “decisione vergognosa che prende in giro milioni d’italiani” insorgono le associazioni ambientaliste e animaliste: Amici della terra, Animalisti Italiani, Enpa, Fare verde, Greenpeace, Lac, Lav, Legambiente, Lipu, Wwf, perché ci si prepari tutti, insieme, ogni cittadino dotato di buon senso, a una battaglia epocale alla Camera. Ignorati i pareri contrari, dello stesso Ministero dell’Ambiente, dell’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale, delle autorità scientifiche in campo nazionale; dimenticati i pareri negativi delle commissioni competenti della Camera e del governo, del ministro Ronchi che già, in passato, aveva bocciato un emendamento del tutto simile.

Furiosa (bontà sua), il ministro Stefania Prestigiacomo: “…Giudico quanto accaduto in aula un grave colpo di mano. Quel testo va ricorretto alla Camera, reintroducendo le garanzie che erano previste specie sulla tutela delle specie protette e di quelle migratorie, che sono il fulcro di quella biodiversità di cui, tra l’altro, quest’anno si celebra l’Anno Mondiale…”. In tema di tutela ambientale, così come recita il Ministero che rappresenta, la Prestigiacomo è stata solennemente sconfessata dalla sua stessa maggioranza. A questo punto, faccia rispettare fino in fondo il valore della sua carica o si dimetta.

 

di Alessandro Iacuelli

Era una vasta organizzazione, quella dedita al traffico illecito di rifiuti pericolosi, appena individuata e sgominata dai carabinieri nell'operazione denominata "Golden rubbish". Sono 15 le persone arrestate, in diverse regioni italiane, con 61 indagati, 20 aziende coinvolte in tutta Italia, 3 i sequestri preventivi. Contrariamente all'immaginario collettivo, che per motivi ben noti pensa sempre che questi fenomeni riguardino la Campania e la Calabria, il traffico riguarda tutta l'Italia, grazie soprattutto alla complicità di tutta la filiera industriale, e non mafiosa, coinvolta: impianti di gestione, imprenditori e laboratori d'analisi. Tra gli indagati spicca un nome noto: quello di Steno Marcegaglia, padre della presidente della Confindustria, Emma.

Le accuse, a seconda degli indagati, vanno dall'associazione per delinquere all'omicidio colposo,  lesioni personali colpose, incendio, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, gestione non autorizzata di rifiuti, falsità in registri e notificazioni fino alla falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Le inchieste sono coordinate dalle procure di Grosseto e di Lanciano.

L'organizzazione, nata in Toscana, aveva diramazioni in Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Marche, Campania, Lazio, Abruzzo e Sardegna. Le indagini che hanno portato a scoperchiare questo ennesimo pentolone ambientale italiano, sono nate da un cadavere. Era il 26 giugno 2008, quando a Scarlino, nei pressi di Grosseto, un’esplosione in un capannone provocò la morte di un uomo di 47 anni che ci lavorava, ed il ferimento grave di un altro. Quel capannone, secondo le autorizzazioni rilasciate, doveva contenere rifiuti non pericolosi, che però hanno la caratteristica di non essere esplosivi.

Non fu rapido capire cosa fosse successo. Dalle analisi dei materiali non esplosi si trovò un'elevata concentrazione d’idrocarburi, che invece possono esplodere eccome, ma non sono rifiuti non pericolosi, misti a sabbie. Mesi dopo, ricostruendo la filiera dei trasporti, si é arrivati alla conclusione che quei rifiuti speciali e pericolosi erano prodotti dalla bonifica del sito contaminato di Bagnoli, la ex ILVA, e poi trasportati e smaltiti illecitamente in Toscana. Eppure, tutta la documentazione sequestrata in occasione dell'esplosione di Scarlino, indicava che in quel capannone erano depositati solo rifiuti speciali classificati come non pericolosi. E quella classificazione era stata effettuata da un'azienda di consulenza mantovana, chiamata Made Hse, che evidentemente favoriva il traffico illecito, declassificando i materiali trasportati. Ma la Made Hse fa parte del Gruppo Marcegaglia e la massima carica in quell'azienda era - ed è tuttora - ricoperta proprio da Steno Marcegaglia.

Il traffico di rifiuti accertato è stato stimato in circa un milione di tonnellate, con un fatturato - dove la parola "fatturato" è impropria poiché si è trattato quasi sempre di attività in "nero" o comunque declassificate rispetto alla reale natura delle "merci" - di molti milioni di Euro (ancora da valutare da parte degli inquirenti) e un consistente danno all'erario per l'evasione dell'ecotassa, oltre ai danni, non calcolabili, provocati all'ambiente.

I 61 denunciati sono legali rappresentanti, presidenti di Consigli d'Amministrazione, direttori generali, responsabili tecnici, soci, responsabili di laboratorio, chimici e dipendenti delle società coinvolte. Il gip ha emesso anche due misure interdittive dall'esercizio della professione di chimico e dall'esercizio di uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, e ha disposto il sequestro di locali adibiti a laboratorio di analisi e di alcuni automezzi utilizzati per il traffico illecito.

La struttura organizzativa era imperniata sul ruolo di una società di intermediazione maremmana, proprietaria anche di un impianto di trattamento, la quale, avvalendosi di produttori, trasportatori, laboratori di analisi, impianti di trattamento, siti di ripristino ambientale e discariche, regolava e gestiva i flussi dei rifiuti. Ciò avveniva attraverso una sistematica falsificazione di certificati di analisi, formulari di identificazione e registri di carico e scarico al fine dell'attribuzione di codici di rifiuto non corretti, così da poter essere dirottati soprattutto in siti di destinazione finale compiacenti ubicati in Toscana, Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna.

"I dirigenti interessati dalle indagini non ricoprono più da tempo gli incarichi originariamente loro conferiti. L'azienda si dichiara certa del loro corretto comportamento e confida di poter dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati". E' quanto si afferma in una nota dei legali del Gruppo Marcegaglia. "Lo smaltimento di rifiuti relativi al Gruppo Marcegaglia riguarda nello specifico - continua la nota - il terreno di risulta degli scavi eseguiti per l’ampliamento del suo stabilimento sito nell’area portuale di Ravenna. Questo materiale, analizzato da Made Hse sotto il controllo degli enti pubblici di competenza, è stato conferito a società legalmente autorizzate al suo successivo smaltimento".

Nella maxi operazione sono finiti agli arresti domiciliari anche due dirigenti della Lucchini, azienda siderurgica di Servola, nei pressi di Trieste. Si tratta di Francesco Rosato, direttore dello stabilimento di Servola, e Vincenzo D'Auria, responsabile Ecologia e Ambiente. La Lucchini ha fatto sapere che è stata presentata "un'istanza di riesamina del provvedimento" e si è dichiarata "certa dell'assoluta estraneità dei suoi dirigenti coinvolti, loro malgrado, in un’indagine che chiama in causa società regolarmente autorizzate, alle quali la Lucchini e numerose altre imprese italiane hanno affidato i servizi di smaltimento dei rifiuti".

Perché anche i rifiuti siderurgici della Lucchini finivano nelle mani della stessa organizzazione. E quell'organizzazione non è certo la solita "ecomafia" campana: basta elencare le città dove sono stati emessi gli ordini di custodia per rendersi conto di come la gestione illecita dei rifiuti speciali sia diventato un problema di dimensione nazionale; Grosseto, Bergamo, Caserta, Livorno, Milano, Mantova, Padova, Pisa, Ravenna, Trento e Trieste.

La morte del lavoratore nell'esplosione di Scarlino, è diventata un omicidio colposo. Parallelamente, il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri ha riscontrato il coinvolgimento negli affari illeciti di "una nota industria metallurgica di Ravenna, la quale aveva la necessità di smaltire un cumulo di quasi 100.000 metri cubi di rifiuti contaminato da mercurio, idrocarburi e da altri inquinanti. La società d’intermediazione si aggiudicava l'appalto per la gestione dei rifiuti ed effettuava il loro smaltimento in modo illecito". Anche in questo caso, l'intermediazione era fatta dalla Made Hse di Steno Marcegaglia. Anche l'industria metallurgica a Ravenna è del gruppo Marcegaglia.

L'organizzazione è stata fermata: aveva mosso un milione di tonnellate di materiali, cioè circa mille camion che in un anno percorrevano tutta l'Italia carichi di terra proveniente da bonifiche di distributori di carburante, di scarti di produzione industriale contaminati dal mercurio, di bombolette piene di gas propano, di scarti siderurgici. Senza nessuno che si accorgesse di nulla.

di Liliana Adamo

Le “reazioni emotive” di Guido Bertolaso alla situazione “patetica” impostata sul ”farsi vedere” invece che sul “fare” e sui mancati coordinamenti affidati alle “troppe stellette”, non solo si figurano come efficace rappresentazione del dopo terremoto ad Haiti, ma, in un quadro generale, si collocano nell’esito finale di un paradigma ampiamente dibattuto nella storia recente. Un paradigma che mostra due facce della stessa medaglia: il collasso incombente di quei paesi che non hanno saputo o voluto preservare le proprie risorse ambientali, attraverso una pratica politica corrotta e rapace e l’Occidente che altro non può fare se non mostrare agli occhi del mondo l’inadeguatezza cui è capace, affannandosi a “farsi vedere” sul campo, mostrarsi prodigo ed efficiente, quando, da quelle macerie, niente può essere sanato.

In un disastro di tali proporzioni, è chiaro che organizzazioni governative o sopranazionali, ONU, in primo luogo, istituzioni locali e una parvenza di società civile, sembrano sgretolarsi in un nonnulla, perché ad Haiti non si è in grado di coordinare alcun tipo d’assistenza e aiuti esterni. E questo il dramma, il presupposto per il quale possiamo percepire ben poco sulla reale, effettiva catastrofe umanitaria. La conta dei morti, la fame e l’abbandono dei superstiti non bastano a rendere l’idea nella sua interezza.

Nell’undicesimo capitolo di “Collapse - come le società scelgono di morire o vivere - “ di Jared Diamond, il profilo tracciato di Haiti, nella sua oggettività, appare emblematicamente profetico: “…Le vicende di Hispaniola sono un vero antidoto contro il determinismo ambientale. E’ vero, i problemi ecologici hanno profonde conseguenze sugli uomini, ma le risposte della società possono incidere sulla situazione, modificandola. Allo stesso modo, nel bene e nel male, l’azione e l’inazione di chi ci governa possono avere serie conseguenze…”.

E’ un monito per tutti, anche per noi, socialmente avanzati. La comparazione sviluppata da Diamond, tra le due isole caraibiche di Hispaniola, Haiti e la confinante Repubblica Dominicana, interpreta il destino dei due paesi in modo lampante. L'uno e l'altro ex colonie, storicamente abitati da indigeni oppressi e in seguito, quando non vigeva l’assoluta instabilità politica, governati dai peggiori dittatori sudamericani, veri fuoriclasse d’atrocità, come Trujillo e Balanguer per i Dominicani, Duvalier per gli Haitiani. Ed è un paradosso, se Balanguer, dal punto di vista agricolo, minerario e forestale, si è dimostrato uno strenuo difensore delle risorse naturali, un artefice diligente sulla futura buona sorte per Santo Domingo e per l’intera isola, emanando leggi severissime.

Ha ridotto la domanda di legno grazie all’apertura delle importazioni, riducendo quindi la tradizionale produzione di carbone (che per Haiti, ha rappresentato la rovina), arrivando perfino a utilizzare elicotteri militari per monitorare i boschi alla ricerca d’eventuali attività illecite, arrestare i taglialegna, espellere gli occupanti illegali, distruggere i campi e le ville dei latifondisti nei parchi nazionali (senza guardare in faccia nessuno, neanche ai suoi stessi amici). Insomma un despota lungimirante, con una personalità inattaccabile, a tal punto controversa da essere definito da un incarcerato e torturato, come “un male necessario di quel momento storico”.

François - Papa Doc - Duvalier e gli altri presidenti che gli sono succeduti (tra cui suo figlio), hanno dimostrato, ad Haiti, un disinteresse incondizionato alla difesa delle poche risorse ambientali, alla crescita dell’economia, alla modernizzazione del paese. Con le sue aride catene montuose e le sue brulle pianure calcaree, meno dotata quindi, dal punto di vista ambientale, Haiti fu la prima ad arricchirsi grazie all’agricoltura intensiva e alle monocolture di canna da zucchero, allo sfruttamento violento delle foreste da cui ricavava carbone. Un depauperamento privo di regole e disciplina, manchevole soprattutto di un progetto a lungo termine e di una cultura ambientalista che ha causato l’impoverimento del paese, con danni irreparabili al suolo e alla vegetazione.

Un assalto incontrollato alle risorse naturali incoraggia una capitalizzazione iniziale ma, allo stesso modo determina una perdita progressiva e non rinnovabile di benessere e di valori durevoli. Dagli anni cinquanta in poi l’indice di sviluppo umano si è stabilizzato nella graduatoria più bassa tra tutti gli stati non africani, con livelli inerenti alla salute, all’istruzione e al tenore di vita fra i più avvilenti di tutto il continente americano. Prima, una serie interminabile d’uragani, poi un terremoto devastante, come quello del 12 gennaio scorso, ha armato il colpo di grazia. Semmai ci sarà un futuro per Haiti e per gli Haitiani, passerà attraverso la coscienza del passato e dei suoi fallimenti ed è singolare che possa essere la Repubblica Dominicana a offrire i primi, timidi segnali di vera cooperazione. L’intera comunità internazionale dovrebbe spingere in tal senso.

 

 

 


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