In questi giorni molto s’è letto sulle repressioni in Turchia, ma poco o nulla sul perché del vasto consenso che sostiene il suo presidente e la sua “rivoluzione”. Poco si è scritto sulla “ secolarizzazione kemalista” che dal 2002 Erdogan assieme al suo partito, l’ Akp, combatte, e che l’Occidente invece amò e continua ad amare, sebbene il regime che Mustafa Kemal Atatürk impose alla Turchia si ispirava al fascismo degli anni Trenta, con modalità forse peggiori.

Ho visto Bellezze volare. Si chiama così l'opera scritta e diretta da Giulio Biancifiori e prodotta dall'associazione culturale La fucina delle parole, ispirata a un processo per stregoneria in Sabina, risalente al 1527/28. Il dramma mette insieme due linguaggi e due mondi in totale contrapposizione: quello della strega e quello degli inquisitori, quello di una donna del popolo coraggiosa e intelligente, che ama la medicina, e quello di oppressori vigliacchi e ottusi.

È l’orrore del massacro di Babi Yar (Kiev) a rivivere nel nuovo disco Naxos di Boris Pigovat, Holocaust Requiem. Poem of Dawn, inciso da Anna Serova (viola) e Nicola Guerini (direttore d’orchestra) con la Croatian Radio & Television Symphony Orchestra. Il disco, prodotto da Alessandro Panetto (Apm) e registrato al Vatroslav Lisinki Concert Hall di Zagreb, in Croazia, tra il 2013 e il 2014, è una sorta di Messa da Requiem strumentale per ricordare le oltre 30.000 vittime della carneficina di ebrei che i tedeschi compirono a Babi Yar tra il 1941 e il 1942. Il disco ha appena ottenuto il Supersonic Award dalla rivista specializzata lussemburghese Pizzicato.

La notizia è di quelle che costituiscono una svolta epocale nella storia della scienza e nel pensiero umano: ricercatori di due continenti, dopo anni di esperimenti, misure, analisi di dati, hanno individuato le onde gravitazionali, quelle onde che si propagano nello spazio, e nel tempo, trasportando il campo gravitazionale, l'attrazione tra masse, quell'interazione a distanza che è la causa prima dell'esistenza dell'universo stesso, senza la quale non avremmo stelle compatte e pianeti che ci orbitano attorno.

Nel 79 d C, attraverso la lettera di Plinio il Giovane a Tacito, la cronaca dell’eruzione:
“…Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna (si seppe in seguito che era il Vesuvio): nessun'altra pianta meglio del pino n’è potrebbe riprodurre la figura e la forma. Infatti, slanciatasi in su come se si sorreggesse su di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami; credo che il motivo risiedesse nel fatto che, innalzata dal turbine subito dopo l'esplosione e poi privata del suo appoggio quando quello andò esaurendosi, o anche vinta dal suo stesso peso, si dissolveva allargandosi. Talora era bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva trascinato con sé terra o cenere…”.


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