di Michele Paris

L’assegnazione del premio più ambito degli Academy Awards, la cui 85esima edizione è andata in scena nella notte tra domenica e lunedì a Los Angeles, ha avuto quest’anno una forte connotazione politica, sottolineata dall’apparizione via satellite dalla Casa Bianca della first lady, Michelle Obama, per annunciare la scelta di quella che avrebbe dovuto essere la migliore pellicola dell’anno appena concluso. Il trionfo in questa categoria di Argo indica infatti una inequivocabile approvazione da parte dell’industria cinematografica di Hollywood per la propaganda anti-iraniana di Washington e, più in generale, per le politiche dell’attuale amministrazione democratica.

Nominato a sette statuette, il film di Ben Affleck ha incassato, oltre a quello per il miglior film, anche altri due Oscar, per il miglior montaggio (William Goldenberg) e per la migliore sceneggiatura non originale (Chris Terrio), basata su un articolo di Joshuah Bearman apparso sulla rivista Wired nell’aprile del 2007. Il 40enne regista americano aveva già vinto un Oscar quindici anni fa assieme a Matt Damon per la migliore sceneggiatura originale del film Will Hunting - Genio ribelle (“Good Will Hunting”) di Gus Van Sant.

Come è noto, Argo è la trasposizione cinematografica di un episodio poco conosciuto nell’ambito della rivoluzione iraniana che nel 1979 rovesciò il regime dello Shah appoggiato dagli Stati Uniti. Nel novembre di quell’anno, un gruppo di dimostranti a Teheran fece irruzione nell’ambasciata americana tenendo in ostaggio 52 cittadini statunitensi per 444 giorni. Sei americani riuscirono però a fuggire e a trovare rifugio presso l’abitazione dell’ambasciatore canadese.

Il film di Affleck racconta come questi ultimi vennero fatti uscire dal paese in fermento grazie ad un’operazione pianificata dall’intelligence americana. Il protagonista, l’agente della CIA Tony Mendez, interpretato dallo stesso Affleck, a corto di soluzioni per trarre in salvo i sei connazionali, finisce per escogitare un singolare piano, fingendo di far parte della produzione canadese di un inesistente film di fantascienza da ambientare appunto in Iran. Con questa copertura, Mendez-Affleck riesce così a spacciare i sei diplomatici per membri della finta troupe cinematografica canadese, facendoli alla fine imbarcare su un volo della Swissair.

A parte una breve introduzione, nella quale vengono sommariamente descritti i fatti precedenti la rivoluzione del 1979, dal colpo di stato appoggiato dalla CIA nel 1953 agli oltre due decenni di dittatura sanguinaria promossa da Washington, i 120 minuti del film di Affleck celebrano senza imbarazzi l’eroismo del protagonista e della principale agenzia di intelligence d’oltreoceano.

I primi minuti della pellicola, in sostanza, servono unicamente a dare un’impressione di obiettività nella trattazione delle vicende iraniane in un film che si schiera più che apertamente dalla parte dell’imperialismo americano. La popolazione locale, inoltre, appare in larga misura come una massa brutale e indistinta, di fronte ad un corpo diplomatico statunitense animato invece dalle migliori intenzioni.

Il punto di vista di Affleck nella trattazione degli eventi appare evidente anche dal coinvolgimento nella produzione di Argo del vero Tony Mendez, il cui contributo, secondo lo stesso regista, avrebbe ispirato la realizzazione del film.

La parabola professionale di Ben Affleck nei quindici anni che separano i due riconoscimenti conferitigli dall’Academy di Los Angeles emerge chiaramente dalla visione di Argo ed è estremamente significativa e rivelatrice di un’intera sezione dell’industria cinematografica americana di ispirazione “liberal”.

Nel film Will Hunting - Genio ribelle, ad esempio, non mancava una certa critica verso la società e le istituzioni politiche americane, esemplificata dal riferimento agli accademici anti-establishment Howard Zinn e Noam Chomsky. Questa sia pure modesta attitudine critica, tuttavia, in Affleck come in molti altri autori vicini al Partito Democratico e di spessore artistico ben superiore rispetto a quest’ultimo, è andata però svanendo, fino a risolversi in un pressoché totale allineamento alle politiche guerrafondaie e di classe promosse dal governo americano. Un processo reso più semplice dalla presenza alla Casa Bianca di un presidente di colore e teoricamente di orientamento progressista.

In quest’ottica, l’ultima fatica di Ben Affleck finisce per contribuire, non necessariamente in maniera consapevole, ad aumentare le tensioni che caratterizzano i rapporti - o la mancanza di essi - tra gli Stati Uniti e l’Iran, occultando in gran parte decenni di crimini e sofferenze causate da Washington alla popolazione di questo stesso paese e presentando la CIA e il governo in un’ottica del tutto positiva proprio mentre i preparativi per una nuova guerra illegale continuano attraverso sanzioni, atti di sabotaggio e la militarizzazione della regione mediorientale.

La scelta di Argo come miglior film del 2012, inoltre, contrasta fortemente con l’assegnazione lo scorso anno dell’Oscar per il miglior film straniero al bellissimo film iraniano Una Separazione, di Asghar Farhadi. Una pellicola, quest’ultima, che, a differenza della gran parte delle produzioni hollywoodiane, trattava con profonda umanità e sensibilità una realtà complessa come quella dell’Iran, offrendo una rara occasione al pubblico americano di dare uno sguardo ad un paese la cui comprensione si perde nella retorica e nella propaganda dei politici di Washington.

Decisamente peggio rispetto ad Argo è andata invece nella notte degli Oscar per l’altro film di propaganda in gara, Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow. Bersaglio di molte polemiche per l’aperta giustificazione dei metodi di tortura impiegati dalla CIA dopo l’11 settembre 2001, il film che ricostruisce il raid che portò all’assassinio di Osama bin Laden in Pakistan si è dovuto accontentare del trascurabile riconoscimento per il miglior montaggio sonoro, oltretutto ex aequo con Skyfall, l’ultimo capitolo della saga di 007.

In generale, l’85esima edizione degli Oscar ha assegnato premi ad opere che contribuiscono poco o nulla alla comprensione delle questioni più importanti della società contemporanea, come conferma il riconoscimento per la miglior regia al taiwanese Ang Lee per il modesto Vita di Pi (“Life of Pi”), o che propongono una prospettiva storica del tutto distorta, come Django Unchained di Quentin Tarantino (miglior sceneggiatura originale dello stesso regista e miglior attore non protagonista a Christoph Waltz).

Tutti i film nominati offrivano d’altronde ben pochi stimoli in questo senso, con la quasi unica eccezione di Lincoln, di Steven Spielberg. L’efficace ricostruzione della lotta per l’abolizione della schiavitù durante la Guerra Civile americana da parte del regista di Schindler’s List e dello sceneggiatore Tony Kushner ha però alla fine ottenuto solo due statuette, quella per il migliore attore protagonista, lo straordinario Daniel-Day Lewis, e per la migliore scenografia.

di Sara Michelucci

Reduce da pochi giorni della menzione speciale della giuria della Berlinale, il nuovo lavoro di Gus Van Sant, Promised Land, si pone come un vero e proprio film-denuncia contro le grandi multinazionali. In questo caso del gas. Steve Butler (Matt Damon) crede molto nel suo lavoro di venditore di una grande corporation. Insieme alla collega Sue Thomason (Frances McDormand) ha il compito di convincere gli abitanti di una piccola cittadina rurale americana a cedere i diritti delle terre su cui sorgono le loro case, per poter avviare la trivellazione.

Piccoli agricoltori che soffrono la crisi economica, che vogliono il meglio per il loro figli, magari mandandoli al college, e che inizialmente si lasciano abbagliare dal fascino di poter diventare ricchi con pochi sforzi. Inizialmente la comunità appare bendisposta a concludere l’affare, ma ben presto ci sarà chi farà capire loro che si tratta di un cattivo affare e porterà la decisione al voto.

Protagonisti del fronte di opposizione un vecchio insegnante che la sa lunga sull’attività di queste corporation che non fanno altro che inquinare l’ambiente e distruggere le fattorie; e un leader di un movimento ambientalista che si rivelerà ben presto un’altra persona. Il film non prende una posizione netta, ma lascia allo spettatore le conclusioni, pur mostrando chiaramente i meccanismi che sono alla base dell’opera di convincimento delle grandi multinazionali, le quali non si fanno tanti scrupoli a calpestare diritti e regole.

Van Sant sceglie quindi toni apparentemente “pacati” per raccontare il raggiro, mette in contrasto due diversi fronti: migliorare le proprie condizioni economiche, anche a costo di sacrificare la propria terra e dall’altro non cedere a un avanzamento del progresso che non rispetta l’ambiente. Una tematica di grande attualità, se si guarda anche all’Italia e alla questione della Tav, o se si ricordano film come The Corporation, documentario diretto da Mark Achbar e Jennifer Abbott e tratto dal libro del professore di diritto alla Universiy of British Columbia, Joel Bakan.

Il film analizzava il potere che hanno le multinazionali nell’economia mondiale, i loro profitti e i danni che creano. Persone giuridiche che hanno l’obiettivo di mettere la tutela dei loro azionisti, ossia la realizzazione di un profitto, al di sopra di ogni altra cosa.

È la vulnerabilità delle persone, di quelle più deboli in particolare, ad essere messa al centro dell’attenzione nel film di Van Sant che punta decisamente sul ruolo dei singoli personaggi, mettendo in atto una vera e propria ribellione dal basso.


Promised Land
(Usa 2013)
regia: Gus Van Sant
sceneggiatura: John Krasinski, Matt Damon
attori: Matt Damon, John Krasinski, Frances McDormand, Rosemarie DeWitt, Lucas Black, Hal Holbrook, Scoot McNairy, Tim Guinee, Titus Welliver
fotografia: Linus Sandgren
montaggio: Billy Rich
musiche: Danny Elfman
produzione: Focus Features, Imagenation Abu Dhabi FZ, Participant Media, Pearl Street Films
distribuzione: BIM

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Sara Michelucci

In piena campagna elettorale arriva come un fulmine a ciel sereno il film di Roberto Andò, Viva la libertà. Il segretario del principale partito di sinistra, che da anni sta all’opposizione, Enrico Oliveri, sta attraversando una crisi profonda, con i sondaggi che annunciano la sua sconfitta alla prossima sfida elettorale. Vinto dalle polemiche, una notte Oliveri sparisce. Ovviamente tutti si chiedono che fine possa aver fatto, si fanno illazioni, pronostici, e il segretario Andrea Bottini e la moglie Anna si arrovellano sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice.

È proprio la moglie a evocare il fratello gemello del segretario, Giovanni Ernani, un filosofo dalla mente eccelsa, che ha sofferto di disturbi mentali e vive da solo. Non  riuscendo più a trovare le parole per comunicare con la gente, Oliveri fugge in Francia da una sua vecchia amante, mentre il gemello, riesce a pronunciare parole di verità e così è prende il posto del fratello per tentare di ridurre i danni al partito.

Tratto dal romanzo Il trono vuoto edito da Bompiani, libro scritto dallo stesso Andò e che ha ricevuto il premio Campiello, il film riesce, grazie all’utilizzo dello scambio di persona, a offrire uno spaccato della vita politica dell’Italia, con ironia e senza appesantire troppo lo spettatore con una critica seria. Ottimo il ruolo “doppio” di Toni Servillo che si mostra, ancora una volta, un attore camaleontico, capace di vestire i panni di qualsiasi personaggio e di dare un quid in più all’opera cinematografica che lo vede protagonista.

L’obiettivo è quello di far porre delle domande allo spettatore sulla classe politica che lo rappresenta, tema senza dubbio di grandissima attualità, in un Paese dove la “questione morale” cara a Berlinguer è tornata ad essere preponderante ed essenziale per la salvezza di una credibilità istituzionale. La commedia, dunque, si offre quale strumento per parlare dei politici dei giorni nostri, come ha fatto già prima Viva L’Italia, di Massimiliano Bruno, che in maniera goliardica ha voluto mettere l’accento sul dietro le quinte della politica, sul binomio bugia-verità che purtroppo spesso e volentieri contraddistingue la classe politica degli ultimi anni.

Viva la libertà (Italia 2013)
Regia: Roberto Andò
Sceneggiatura: Roberto Andò, Angelo Pasquini
Attori: Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto, Judith Davis, Eric Trung Nguyen, Andrea Renzi, Gianrico Tedeschi, Massimo De Francovich, Renato Scarpa, Lucia Mascino, Giulia Andò
Fotografia: Maurizio Calvesi
Montaggio: Clelio Benevento
Musiche: Marco Betta
Produzione: BiBi Film, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Sara Michelucci

Un amore tenero, a tratti surreale, quello sbocciato tra il dodicenne Shakusky Sam (Jared Gilman), orfano e appartenente ai Khaki Scout, e la piccola Suzy Bishop (Kara Hayward), ragazzina decisamente sui generis, con un accentuato ombretto blu che vive in una bizzarra casa stile faro con i due genitori, entrambi avvocati, in una delle isole del New England. Wes Anderson torna al cinema con l’originale commedia Moonrise Kingdom - una fuga d’amore e ancora una volta, come aveva fatto nel 2001 con I Tenenbaum, mette al centro la famiglia e i complessi legami tra i suoi componenti.

Suzy, insieme con il padre Walt (Bill Murray), la madre Laura (Frances McDormand), oltre a tre fratelli più piccoli che ascoltano la Young Person’s Guide to the Orchestra di Benjamin Britten, popolano un’abitazione chiamata Summer’s End (La fine dell’estate). Ma Suzy non è felice, come non lo è Sam.

I due si incontrano l’estate prima durante una rappresentazione teatrale nella chiesa di Fludde Noye e diventano ben presto amici di penna. Decidono ben presto di fare un patto segreto per rivedersi e fuggire insieme. Sam scappa dal campo estivo degli scout e porta con sé la sua attrezzatura da campeggio, mentre Suzy non può fare a meno dei suoi sei libri preferiti, del suo gatto e di un giradischi rubato ai fratellini.

Passano diversi giorni tra escursioni e campeggio, con l’obiettivo di raggiungere una baia appartata sull’isola, che hanno nominato Moonrise Kingdom. Da lì inizia un romantico e tenero viaggio, quasi ai confini della realtà. Gli adulti, ivi compreso lo sceriffo Sharp (Bruce Willis) si mettono alla loro ricerca, anche perché è in procinto di arrivare una devastante tempesta.

Ma la fuga di questi due neo adolescenti sarà lo spunto per riunire le vite di diverse persone e per ricomporre i pezzi rotti dei legami affettivi sia tra i genitori di Suzy che per quanto riguarda la vita di Sam, che finalmente troverà un posto stabile in cui rimanere.

Anderson è decisamente attento ai particolari e mette in scena il racconto di temi comuni, come l’adolescenza, il rapporto genitori-figli, la crescita, utilizzando grande originalità, con ampi piani sequenza iniziali, bizzarri comportamenti dei personaggi (la madre di Suzy chiama i figli per la cena con un megafono), e un sapientissimo uso della musica che ha un ruolo da protagonista, chiudendo anche il film.

Moonrise Kingdom - una fuga d’amore

regia: Wes Anderson
sceneggiatura: Wes Anderson, Roman Coppola
attori: Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton, Harvey Keitel, Frances McDormand, Jason Schwartzman, Bob Balaban, Kara Hayward, Jared Gilman, Neal Huff, Jake Ryan, Charlie Kilgore, Tommy Nelson, Chandler Frantz
fotografia: Robert D. Yeoman
montaggio: Andrew Weisblum
musiche: Alexandre Desplat
produzione: American Empirical Pictures, Indian Paintbrush, Scott Rudin Productions
distribuzione: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Sara Michelucci

Il due volte premio Oscar, Daniel Day Lewis, veste i panni di un machiavellico Lincoln nell’omonimo film di Steven Spielberg. Una storia che si concentra sui tumultuosi mesi finali del sedicesimo presidente degli Stati Uniti. In una nazione divisa dalla guerra civile e dal forte vento del cambiamento, Lincoln persegue una linea di condotta che ha come obiettivo ultimo la conclusione di un conflitto estenuante e che ha fatto già troppe vittime, unendo il Paese e abolendo la schiavitù.

Con il coraggio morale e la feroce determinazione politica di ottenere successo tra i diversi schieramenti, le sue scelte cambieranno il destino delle generazioni a venire. Quello che Spielberg mette in scena è il racconto di uno stratega, mettendo in luce non tanto un’autobiografia, quanto un personaggio politico che è disposto anche a scendere a compromessi pur di ottenere il risultato sperato. Trapela anche tutto il lato umano di una figura complessa, che non ha vita facile, con una moglie che gli dà filo da torcere, pur standogli accanto, un figlio perso e altri due che si trovano in fasi particolari della crescita e della vita, per non parlare di una Nazione spaccata a metà.

Spielberg sceglie di raccontare la politica in tutti i suoi aspetti. Ma quella di Lincoln è una politica fatta per il bene della società, per interessi comuni e pubblici, il contrario di quello che oggi è diventata, con le sue derive individualistiche e la corruzione che dilaga. L’approccio a questo film è legato molto alla sua dialettica, alla minuziosa attenzione per le parole, su cui si costruisce tutto il racconto. Sono queste a tessere la trama che porterà al cambiamento di un intero paese.

Una realpolitik, la sua, che condurrà gli Stati Uniti di fine ottocento verso la fine della Guerra civile, per intraprendere un percorso di liberalizzazione. Quella scia di mutamento che avrebbe portato successivamente un afroamericano al vertice della Casa Bianca. Il film è candidato a 12 premi Oscar.

Lincoln (Usa 2012)
regia: Steven Spielberg
sceneggiatura: Paul Webb, John Logan, Tony Kushner
attori: Daniel Day-Lewis, Sally Field, David Strathairn, Joseph Gordon-Levitt, Tommy Lee Jones, James Spader, Hal Holbrook, John Hawkes, Jackie Earle Haley, Bruce McGill, Tim Blake Nelson, Joseph Cross
fotografia: Janusz Kaminski
montaggio: Michael Kahn
musiche: John Williams
produzione: Office Seekers Productions, Amblin Entertainment, DreamWorks SKG
distribuzione: 20th Century Fox

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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