L'Argentina è un Paese che ha sempre occupato un posto di rilievo nella storiografia sull'America Latina. È uno Stato con processi di enorme importanza per comprendere il modo in cui il capitalismo si è sviluppato nella regione. Attualmente è al centro dell'attenzione mondiale, perché per la prima volta nella storia è salito alla presidenza un politico libertario anticapitalista, che ha iniziato a imporre le misure che ritiene necessarie per cambiare il corso del Paese e avviarlo verso l'utopia del regno della "libertà" economica. Gli effetti di tale percorso stanno esplodendo di settimana in settimana, tanto che il presidente Javier Milei sta giocando al paradiso dell'impresa privata - perché questo è il contesto storico - a spese della società nel suo complesso.

L’eco delle dichiarazioni di un paio di settimane fa del presidente francese Macron sul possibile invio di truppe NATO in Ucraina non si è ancora dissolta e si intreccia alle discussioni in corso in Occidente sulle decisioni da prendere di fronte all’avanzata delle forze russe. Molti commentatori hanno ricondotto le parole dell’inquilino dell’Eliseo alla disperazione strisciante tra i gli sponsor del regime di Zelensky per il possibile imminente tracollo dell’intero progetto ucraino. In effetti, la recentissima pubblicazione su una rivista francese di tre analisi condotte dall’intelligence militare transalpina sulla situazione in Ucraina devono avere messo ulteriormente in crisi Macron, tanto da spingerlo a dare una scossa agli alleati europei, alcuni dei quali sempre più incerti sull’opportunità di continuare ad alimentare una guerra impossibile da vincere.

Emmanuel Macron, discusso presidente francese in scadenza, la scorsa settimana ha affermato di “non escludere un intervento diretto delle truppe NATO per impedire la vittoria della Russia in Ucraina”. Parole forti, inusuali, che rompono il tabù atlantico dell’intervento diretto contro Mosca ma che Macron stesso, pochi giorni dopo, ha detto esser state “ragionate e ponderate” .

Come ampiamente previsto, Donald Trump e Joe Biden hanno vinto quasi tutte le primarie americane in programma questa settimana nel consueto appuntamento del “Supermartedì”. Sacche di resistenza alle due inevitabili candidature restano tuttavia tra elettori e leader di entrambi i partiti, anche se le modalità con cui possono trovare espressione appaiono decisamente limitate. Nel Partito Repubblicano, l’unica rivale di Trump rimasta in corsa – Nikki Haley – ha annunciato il ritiro dalla competizione dopo che martedì aveva vinto una sola sfida e in uno stato tutt’altro che determinante. In casa democratica continua invece a essere la denuncia della complicità della Casa Bianca nel genocidio palestinese la principale forma di opposizione al presidente Biden.

A livello puramente statistico, Trump non ha ancora ottenuto il numero di delegati (1.215) sufficienti a garantirsi aritmeticamente la nomination nella convention repubblicana di luglio, ma questa formalità sarà soddisfatta dopo le competizioni delle prossime settimane. La vittoria di Nikki Haley in Vermont, che segue quella di pochi giorni fa nelle primarie della capitale, non ha avuto alcun effetto sugli equilibri della corsa. L’ex governatrice del South Carolina ha preso atto mercoledì dell’impossibilità di proseguire, ma nella conferenza stampa con cui ha dato notizia del ritiro non ha espresso il proprio appoggio a Donald Trump.

Con il genocidio palestinese in corso da quasi cinque mesi, la gravissima crisi nella striscia di Gaza e i crimini di Israele sono al centro della campagna elettorale anche negli Stati Uniti. L’opposizione alle politiche di totale complicità dell’amministrazione Biden si sta rapidamente allargando, fino a includere un certo numero di membri del Congresso, in buona parte riconducibili all’ala “progressista” del Partito Democratico. Quest’ultima fazione non avrà però vita facile alle urne, nonostante il largo consenso che trova tra gli elettori la causa palestinese.


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