La pessima gestione dell’emergenza Coronavirus è costata politicamente carissimo al primo ministro giapponese, Yoshihide Suga, costretto di fatto ad abbandonare il proprio incarico, assieme a quello di numero uno del Partito Liberal Democratico (LDP), dopo il crollo dei consensi registrato negli ultimi mesi. La decisione di Suga è arrivata relativamente a sorpresa e apre una corsa alla successione all’interno del partito di governo che si annuncia ferocissima. Tanto più se si considera che il prossimo leader dopo poche settimane dovrà guidare il LDP in un’elezione che potrebbe diventare la più incerta dell’ultimo decennio.

In mezzo alle polemiche e ai tragici eventi legati all’Afghanistan, il primo faccia a faccia tra il presidente americano, Joe Biden, e il premier israeliano, Naftali Bennett, si è consumato qualche giorno fa alla Casa Bianca senza suscitare particolare interesse tra l’opinione pubblica internazionale. I due leader, in effetti, non hanno apparentemente fatto molto di più che ribadire l’alleanza indissolubile tra i loro paesi, ma il cambiamento di tono rispetto all’era Netanyahu e, soprattutto, gli obiettivi del primo ministro israeliano riguardo la questione iraniana meritano uno sguardo oltre la superficie sui rapporti tra le due amministrazioni installatesi nei mesi scorsi.

La strage di civili compiuta da un drone americano in risposta all’attentato del 26 agosto all’aeroporto di Kabul ha suggellato in modo drammaticamente appropriato la fine dell’occupazione ventennale dell’Afghanistan. In perfetta coincidenza con l’impegno a evacuare tutti i soldati entro il 31 agosto, l’ultimo aereo militare degli Stati Uniti è decollato un minuto prima della mezzanotte di lunedì, lasciando indietro un paese con un futuro incerto e sul quale potrebbero continuare minacciosamente a pesare le manovre di Washington.

La questione dello status di Taiwan rappresenta uno dei fronti più caldi in assoluto della rivalità tra Cina e Stati Uniti. Sia durante la presidenza Trump sia con l’attuale amministrazione democratica, Washington ha scelto di intensificare le provocazioni nei confronti di Pechino in questo ambito, alimentando in primo luogo e in maniera deliberata l’incertezza sulla sovranità dell’isola. A queste manovre sta partecipando recentemente anche il Giappone, il cui governo, nonostante il brutale passato coloniale, intende utilizzare la partnership con Taiwan per fare pressioni sulla Cina e allineare sempre più i propri interessi strategici a quelli americani in Estremo Oriente.

L’attentato all’aeroporto di Kabul ad opera dell’Isis K, fazione afgano-pakistana dell’ISIS, presenta un quadro inedito di occupanti che fuggono, terroristi che attaccano i terroristi, e gli USA che da giorni lanciavano allarmi su un attentato che è sembrato quasi una predizione. Né le forze NATO né i Talebani sono stati in grado di prevenire un attentato annunciato dai media per una intera settimana. Certo, un attentatore suicida non è semplice da intercettare e la confusione di queste ore non aiuta, ma una zona sotto il completo controllo militare della NATO, con le migliori tecnologie a disposizione, non sa intercettare la formazione e l’insediamento di una cellula ISIS? Nemmeno porre dei filtri a salvaguardia di obiettivi (peraltro ampiamente noti) è stato possibile? Non si capisce come mai una forza terroristica riesca a colpire superando un doppio livello di difesa. Ma se non conoscevano l'attentatore come hanno fatto due giorni dopo a scoprire l'ideatore? Misteri afghani? La NATO ha eserciti da operetta, buoni solo nei film oppure siamo in presenza di un confezionamento del nuovo nemico utile per le prossime mosse?


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