L’atto finale dell’occupazione americana dell’Afghanistan non poteva che essere segnato da un episodio di brutale violenza nel nome della “guerra al terrore”. Ciò è precisamente quanto accaduto alla fine di agosto con l’attacco mirato, condotto da un drone, contro quello che i vertici militari USA avevano assicurato essere un militante dello Stato Islamico-Khorasan (ISIS-K), l’organizzazione ritenuta responsabile dell’attentato di qualche giorno prima all’aeroporto di Kabul. L’operazione era stata in realtà una strage di civili, come si era subito sospettato, e a confermarlo è stata anche un’indagine giornalistica non di una testata alternativa, ma dello stesso New York Times, cioè uno dei media ufficiali più determinati nell’appoggiare la “guerra giusta” in questi due decenni.

I Frugali tornano all’attacco dei mediterranei. La settimana scorsa, in una lettera indirizzata all’Ecofin, i ministri delle Finanze di otto Paesi si sono schierati contro l’ipotesi di modificare le regole di bilancio europee. Il mantra è sempre lo stesso, “i trattati non si toccano”, e a ripeterlo sono i soliti falchi: dietro alla capofila Austria si schierano Olanda, Finlandia, Danimarca, Svezia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Lettonia.

L’obiettivo è fermare sul nascere il tentativo di riformare il Patto di Stabilità, un proposito ribadito più volte dal commissario per gli Affari economici, Paolo Gentiloni, e mai contraddetto dalla numero uno della Commissione, Ursula von der Leyen.

Quando si parla del Patto, il riferimento è sempre a due regole su tutte: nei conti pubblici di ogni singolo Paese il deficit annuo non deve superare il 3% del Pil, mentre il debito va mantenuto entro la soglia del 60%.

Questi parametri sono stati concepiti quando l’indebitamento medio in Europa si aggirava appunto intorno al 60%, mentre oggi - a causa delle politiche espansive imposte dalla pandemia - quello stesso valore ha raggiunto all’incirca il 100%.

Pretendere di governare la realtà di oggi con le regole di ieri è un chiaro anacronismo, una scelta miope e cinica. Ai Frugali però non interessa: quello che vogliono è solo a compiacere i loro elettori, in larga parte ancora fissati con la contrapposizione fra cicale mediterranee e formiche nordiche.

Tutto questo però ora non conta. Se nemmeno il Covid ha insegnato agli austriaci che di austerità si muore, è il momento abbandonare la filosofia per abbracciare il pragmatismo. E la realtà è che il Patto non si può riformare: essendo un trattato, per modificarlo serve il voto unanime dei Paesi comunitari. Una prospettiva lunare, visto che ad opporsi sono addirittura otto membri.

Per arrivare alla meta, quindi, bisogna trovare una via laterale. E forse a Bruxelles l’hanno già scovata: invece di intervenire direttamente sul Patto, si pensa di mettere mano ai regolamenti che lo attuano, il “Two Pack” e il “Six Pack”.

In particolare, si potrebbero correggere le procedure di rientro, cioè le regole che impongono a chi sfora di falciare la spesa pubblica. Ad oggi, i Paesi con un deficit superiore al 3% del Pil sono costretti a ridurre il disavanzo dello 0,5% annuo, mentre quelli con un rapporto debito-Pil che va oltre il 60% (in Italia, per intenderci, è nell’ordine del 160%) devono ridurre lo sforamento di un ventesimo l’anno. Che è tantissimo.

Ora, per evitare il suicidio collettivo, l’Europa ha sospeso il Patto di Stabilità fino alla fine del 2022 e non è escluso che lo stop possa essere prolungato di un altro anno. Da sola, tuttavia, la proroga non risolve il problema: anche nel 2024, la maggior parte dei conti pubblici europei sarà fuori dai parametri e imporre manovre lacrime e sangue significherebbe infliggerci una nuova recessione.

Se cambiamo le procedure di rientro scongiuriamo questo scenario, il più catastrofico. Di sicuro non è la soluzione migliore, perché non mette al centro la crescita e non ci tutela affatto dal rischio di un’austerità di ritorno, ma al momento è l’unica politicamente praticabile.

In ogni caso, per fare un pronostico sull’esito della battaglia manca ancora un indizio fondamentale: la composizione del nuovo governo tedesco, che rischia di vedere la luce solo a fine anno, anche se le elezioni sono in programma per il 26 settembre.

Il dieci settembre 2001 Sneha Anne Philipss, medico del Cabrini Hospital, aveva in programma un elenco di commissioni  da sbrigare. Andò prima in lavanderia poi si diresse verso il Century 21, storico emporio di New York a pochi passi  dal WTC , dove acquistò  tre paia di scarpe. Uscì alle 18 e da quel momento svanì nel nulla. Il marito di Sneha, Ron Lieberman, non la trovò a casa quando tornò ma non si allarmò più di tanto. A volte la donna si fermava a dormire da un fratello o da una collega. Peraltro Lieberman era anche lui medico e sapeva che gli imprevisti fanno parte del mestiere. Erano quasi le sette del mattino  quando si era alzato per tornare al lavoro e Sneha non era ancora tornata. Doveva andare fino al Bronx e avrebbe chiamato la moglie più tardi.

La gravissima crisi economica in cui è precipitato da un paio d’anni il Libano è in parte responsabilità delle potenze occidentali e regionali, interessate più a combattere i propri rivali strategici sul territorio del “paese dei cedri” che a provvedere ai bisogni di una popolazione allo stremo. A questo proposito, una singolare competizione si sta disputando nelle ultime settimane attorno a possibili aiuti, sotto forma di petrolio o gas naturale, da recapitare in Libano. La vicenda mette di fronte gli Stati Uniti e i loro alleati in Medio Oriente all’Iran e all’asse della “Resistenza” sciita, con Washington che rischia seriamente di veder crollare sotto il peso di politiche contraddittorie e insostenibili la propria residua influenza su Beirut.

Un nuovo colpo di stato militare è andato in scena nei giorni scorsi in un altro paese africano. Dopo gli eventi dello scorso maggio in Mali, questa volta è toccato alla Guinea, situata sulla costa occidentale del continente e oggetto di forti interessi internazionali per via delle ingenti riserve minerarie di cui dispone. Il presidente appena rovesciato, Alpha Condé, era al centro di critiche e proteste popolari per le tendenze autoritarie che gli vengono attribuite almeno da un paio d’anni a questa parte. Come spesso accade, le motivazioni del golpe potrebbero essere tuttavia un po’ meno nobili e intrecciarsi con la competizione attorno all’industria estrattiva guineana e con le mire strategiche di potenze come Francia e Russia.


Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy