di Luca Mazzucato


Una sorpresa dell'ultimo minuto nell'Accademia navale di Annapolis dà il via alle danze della conferenza di pace. Cinque minuti prima del discorso di Bush, il presidente dell'ANP Abbas e il premier israeliano Olmert raggiungono un'intesa su un documento inaugurale. Un George W visibilmente soddisfatto legge la dichiarazione: Israele e ANP si impegnano a raggiungere un accordo di stato finale entro la fine del 2008, cominciando il 12 dicembre prossimo. Olmert ha corretto il tiro subito dopo dichiarandosi scettico sulla effettiva conclusione entro il 2008. È possibile che questa dichiarazione iniziale sarà anche l'unico risultato del notevole sforzo diplomatico messo in campo dagli Stati Uniti: indire una conferenza per convocare conferenze future, in un nuovo gioco di rimpalli mediatici. Anche se nessun risultato viene raggiunto sul campo, l'importante è mostrare di essere “impegnati nella risoluzione del conflitto.” Con uno slancio di entusiasmo, Putin ha capito il trucco e si è subito candidato per ospitare la prossima conferenza di pace da tenersi in primavera a Mosca.

di Elena Ferrara

L'appuntamento é a Vienna, dove si terrà una sessione del cosiddetto “Processo di Oslo” ??? la messa al bando delle cluster-bombs, quelle “bombe a grappolo” che anche a guerra finita mietono vittime tra le popolazioni civili ? in particolare tra i bambini. La data per la riunione è quella del 4 dicembre e segue l’incontro - svoltosi nei giorni scorsi a Ginevra - al quale hanno partecipato i rappresentanti di 143 paesi firmatari (Italia compresa) della “Convenzione” per le armi tradizionali. L’Austria ha messo la sua firma in un? petizione internazionale dove si chiede l'abolizione delle famigerate bombe ed anche il Giappone h? annunciato un? proposta ??r la messa al bando parziale di questo tipo di ?rdigni. E nella lista di chi si batte per il divieto totale di tali armi (queste sì che sono quelle reali, dello sterminio di massa…) si pone ora anche il Belgio che ha approvato un disegno di legge in merito. Si va quindi ampliando - con un cammino coerente - il ventaglio di Stati che prendono posizione, anche se per arrivare ?lla abolizione totale la strada risulta ancora lunga.

di Bianca Cerri

In tempi lontani, i predicatori erano visti come visionari dall’animo buono o, nella peggiore delle ipotesi, come innocui cialtroni. Oggi le cose sono cambiate e il governo americano è stato costretto ad istituire una commissione investigativa che dovrà accertare come abbiano fatto sei predicatori evangelici a procurarsi abitazioni lussuose e fuoriserie con il semplice dono della fede. I sei fanno parte di una particolare categoria di “unti dal Signore” che vede nella prosperità terrena la vera prova dell’esistenza di Dio. Persino in un’epoca di iperbole mediatica come questa, figure come i predicatori televisivi riescono a primeggiare su tutti gli altri, non fosse altro che per la facilità con cui riescono ad ammucchiare miliardi vendendo aria fritta. Gli Stati Uniti pullulano letteralmente di imprenditori del verbo divino che gestiscono veri e propri imperi finanziari. Pat Robertson, ad esempio, che ha fondato anche un’università ed influenza notevolmente anche la scena politica. Il fatturato delle sue attività sfiora il miliardo di dollari. Grazie alla misericordia dei suoi fedeli, Robertson viaggia alternativamente su due jets privati mai denunciati all’erario. D’altra parte, la sua opera, classificata come non-profit, non è tenuta a rendere conto a nessuno.

di Eugenio Roscini Vitali


A cinque anni dal rapporto delle Nazioni Unite sullo stato dei diritti umani in Uzbekistan, Human Right Watch pubblica una nuova relazione con la quale denuncia l’uso sistematico della tortura fisica e psicologica utilizzata dalle forze di sicurezza uzbeke. La pratica delle sevizie e dei maltrattamenti ricorda i sistemi usati dal Kgb ai tempi dell’Unione Sovietica e, nonostante i numerosi appelli lanciati dalle organizzazioni e dei comitati per i diritti umani, il governo di Tashkent non sembra intenzionato a prendere alcun provvedimento per fermare questa infame barbarie. Al contrario, mentre gli organi ufficiali si affannano a convincere la comunità internazionale e l’opinione pubblica che nel Paese il processo di trasformazioni è ormai avviato, le autorità si stanno adoperando per impedire che le informazioni difformi dalla versione ufficiale vengano rese note all’esterno. In realtà, dopo alcuni anni di dibattito, in Uzbekistan le riforme nel campo delle giustizia registrano alcuni passi avanti: leggi a tutela della libertà personale, contro la detenzione arbitraria (habeas corpus) e per l’abolizione della pena capitale, approvata lo scorso giugno dal Senato e sostituita con l’ergastolo. Al contrario, la polizia continua a ricorrere in modo sistematico alla coercizione fisica e psicologica per estorcere informazioni e confessioni; un fenomeno significativo che coinvolgerebbe gli organi di sicurezza e che verrebbe ignorato dall’intero sistema giudiziario e la cui denuncia verrebbero insabbiata dal governo e dagli organi di informazione ufficiale.

di Daniele John Angrisani

In questi giorni tumultuosi per il futuro del Pakistan, l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale si è interessata principalmente ad una questione: che fine farebbero le testate nucleari - circa un centinaio ad oggi secondo le ultime stime - in possesso del Pakistan dovesse Musharraf cadere e il suo Paese finire in mano agli estremisti islamici? Una prima risposta sembra essere arrivata proprio in questi giorni. Come ha riportato infatti il giornale americano Stratfor, vicino alla community dell'intelligence USA, gli Stati Uniti "avrebbero posto un ultimatum al dittatore pakistano Musharraf subito dopo l'11 settembre. O il Pakistan avrebbe permesso il controllo americano delle proprie installazioni nucleari, o gli Stati Uniti non avrebbero avuto altra scelta che distruggere queste installazioni, possibilmente con l'aiuto dell'India". Cosa che avrebbe lasciato, tra le altre cose, questo Paese come l'unico in possesso di testate nucleari nella zona, un indubbio vantaggio strategico nei confronti dell'arcinemico Pakistan.


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