di Alessandro Iacuelli


Raccontare l’emergenza rifiuti campana, quella vera, non quella proposta dai mass media che in questi giorni hanno acceso i riflettori evidenziando una visione molto parziale del fenomeno, non è un’impresa difficile, poiché basta attenersi alla verità; una verità che è scomoda per l’Italia intera, trattandosi di un problema di tutto il Paese, e non di un pasticcio regionale. Si cerca di far passare il messaggio che si tratta di un problema limitato ad una regione, si cerca di sdoganare il concetto che la causa siano i cittadini che non vogliono gli impianti e le discariche vicino casa loro. Nel fare questo si gioca sul fatto che il funzionamento del mondo dei rifiuti è più complesso di quanto il cittadino comune immagini. In realtà, la storia dell’emergenza rifiuti in Campania affonda le sue radici più indietro nel tempo e le sue cause profonde si annidano nei giorni tragici del terremoto irpino del 1980. Quando le discariche c’erano e non erano di certo sature.

di Alessandro Iacuelli


Si era capito qualche giorno prima di Natale che la situazione sarebbe di nuovo precipitata. La chiusura - a dire il vero doverosa e non rinviabile da tempo - del sito di Taverna del Re a Giugliano, il grande deposito di ecoballe noto a tutti dopo le sue innumerevoli presenze televisive, è avvenuto senza che il commissariato di governo trovasse un sito alternativo dove “parcheggiare” la monnezza campana. In un momento dell’anno già più critico degli altri, l’intera Campania si è così ritrovata senza un luogo idoneo dove depositare i propri rifiuti. In un momento critico, dove più che mai sarebbe stato necessario l’intervento, con buon senso, da parte della politica e delle istituzioni commissariali, si è assistito all’ennesimo momento di completa incapacità di pensare soluzioni. Le feste natalizie campane sono state l’ennesimo brancolare nel buio da parte di chi è stato chiamato a proporre, spesso interpretato come “imporre”, soluzioni a lungo termine. Senza un luogo dove portare i rifiuti, i sette impianti di tritovagliatura dei rifiuti, gli ex impianti di CDR si sono rapidamente saturati, fino a fermarsi. Fermati gli impianti, non è più stato possibile togliere i rifiuti dalle strade. Un copione già visto.

di Alessandro Iacuelli

Tutto è iniziato l'estate scorsa, per la precisione il 14 giugno 2007, quando è avvenuto un banale incidente, di quelli che si sa che prima o poi avvengono: la rottura di uno dei 4 cavi elettrici sottomarini ad alta tensione dell'Enel, nel tratto tra Cuma, sulla terraferma, e Lacco Ameno, sull'isola di Ischia. La rottura è avvenuta per un banale arpionamento dell'ancora di una imbarcazione che non è mai stata identificata. Il problema vero è nato dal fatto che all'interno del cavo c'era un canale riempito di olio in pressione, con una sezione di 18 millimetri. La rottura del cavo ha causato la dispersione in mare di circa 34 tonnellate di olio fluido contenente PCB, a ridosso dell'Area Marina Protetta "Regno di Nettuno". L'Agenzia Regionale Protezione Ambiente ha accertato, mediante analisi su campioni d'acqua prelevati il 19 luglio scorso presso lo stabilimento balneare "Bagno Vito" di Lacco Ameno, la presenza di PCB (policlorobifenili) pari a 0.112 mg/l. Questo valore, è 186 volte superiore al valore massimo previsto come standard di qualità ambientale per le acque superficiali. Non si tratta quindi di un valore che sfora il limite "appena un poco". Ma lo sfora 186 volte.

di Alessandro Iacuelli

Sta diventando, nella disattenzione generale, l'emergenza nazionale di domani. Di tutto il Paese. E' quella dei rifiuti speciali, cioè di quei rifiuti che non sono assimilabili agli urbani. Sono i rifiuti delle attività produttive, delle industrie. L'ultimo rapporto dell'APAT parla chiaro, basandosi sui dati ufficiali più recenti, quelli del 2004: a fronte di una produzione di rifiuti urbani (ed assimilati) di 31,7 milioni di tonnellate, il nostro Paese ha prodotto 108 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. Senza che esistano abbastanza impianti per il recupero o lo smaltimento di una tale quantità di materiali. Le operazioni di recupero di materia rappresentano la forma prevalente di gestione dei rifiuti Speciali, circa il 47%. Del rimanente, circa il 21% è smaltito in discarica e il 15% è avviato ad impianti di trattamento chimico, fisico o biologico e ricondizionamento preliminare. La produzione di rifiuti pericolosi, essenzialmente dovuta al settore della chimica, si attesta a 5,3 milioni di tonnellate. Tirando le somme, fatalmente, mancano all'appello ben 26 milioni di tonnellate di rifiuti speciali: sono scomparsi nel nulla. Non se ne conosce l'effettiva destinazione.

di Alessandro Iacuelli

Il 20 novembre è entrato in vigore il sistema di gestione dei rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (il cosiddetto RAEE), come previsto dal decreto legislativo 151/05. L'obiettivo principale è ridurre la quantità di materiale di scarto derivante da queste tipologie di prodotti e promuoverne il recupero. In concreto ciò significa, o per lo meno dovrebbe significare, che verrà istituito un sistema di raccolta separata per le apparecchiature elettriche ed elettroniche, che verranno trattate per ottenerne il riciclo. Il provvedimento riguarda una serie di prodotti: grandi e piccoli elettrodomestici, computer, stampanti, apparecchi per la telefonia, radio, tv, apparecchi hi-fi, giochi elettronici e così via. Il nodo cruciale della questione, e del futuro di questo tipo di rifiuti, è che questa attività di raccolta e recupero toccherà ai produttori, che si appoggeranno a specifici consorzi per la realizzazione concreta del processo di smaltimento e recupero dei rifiuti. E qui il primo problema: parte del finanziamento di tutto il sistema RAEE finirà per cadere sulle spalle dei consumatori, poiché alcuni consorzi hanno già previsto l'istituzione di appositi eco-contributi da versare al momento dell'acquisto in aggiunta al normale prezzo di listino. Pertanto, ancora una volta non sarà il mondo della produzione a farsi carico dei propri costi ambientali, scaricandoli sulla collettività.

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