di Agnese Licata

Ormai hanno superato il mezzo milione. Per contraddistinguerli tutti non basterebbero centinaia e centinaia di mazzi di carte, assi di picche, fiori, quadri o cuori. Oltre mezzo milione di presunti terroristi, annotati scrupolosamente in una lista di sorvegliati speciali continuamente ampliata dagli organi di difesa statunitensi. Un esercito transnazionale di ricercati: arabi in testa, certo, ma anche nomi americani ed europei. Per avere un’idea del “rigore” con cui vengono aggiunti nuovi sospettati alla lista, basta dire che ne fanno parte tutti quei musulmani occidentali che hanno la sola colpa di aver cambiato il proprio nome di origine anglofona con una versione araba. Paradossalmente, seguendo questa logica, anche il grande pugile Cassius Clay, diventato Muhammad Ali dopo la conversione all’Islam, avrebbe rischiato di essere fermato in aeroporto dalla polizia. Del resto, qualcosa di simile è realmente successo a John Thompson, allenatore della squadra americana di basket alle Olimpiadi del 1988 e adesso commentatore sportivo, ma, purtroppo per lui, anche omonimo di un sospetto terrorista di al-Qaeda inserito nella lista nera. All’aeroporto di Washington la polizia non ci ha pensato due volte ad arrestarlo e a condurlo in caserma per l’interrogatorio. Agli agenti sono stati necessarie due ore per capire di aver scambiato lucciole per lanterne. Facile pensare che non si tratti di un caso isolato, anche solo pensando all’alta probabilità di ritrovarsi con un nome simile - se non uguale - a uno dei tantissimi sospetti.

di Fabrizio Casari

Si era detto dapprima disposto ad accettare la sovranità dei giudici che avrebbero emesso il verdetto nei suoi confronti. Quindi, a processo concluso, aveva assicurato che sì, si sarebbe presentato spontaneamente in carcere per scontare i cinque anni di carcere a cui la sentenza lo aveva condannato. E poi è fuggito. Raul Iturriaga Neumann, generale a riposo dell’esercito cileno, fedelissimo di Augusto Pinochet Ugarte, il boia della democrazia andina, ha scelto la fuga. A capo della sezione Esteri della Direcion nacional de Inteligencia, la famigerata DINA, il generale fuggitivo era stato condannato per l’assassinio di Luis Dagoberto San Martin, un militante del MIR (Movimento Izquierda Revolucionaria), sequestrato, torturato, assassinato e fatto scomparire come migliaia di altri suoi connazionali nella notte oscura del Cile. Una notte durata sedici anni che sembra vedere faticosamente la luce filtrare dalle aule di tribunale che, come in Argentina, si sono incaricati di portare allo scoperto vicende, ruoli e responsabilità dei militari locali nell’epoca del terrore.

di mazzetta

Volendo sapere cosa è successo oggi in Afghanistan, uno dei sistemi più semplici è digitare la parola “Afgahnistan” su Google e cliccare il bottone news. Per godere di uno sguardo allargato è bene spaziare nelle varianti linguistiche.Ci sono parecchie notizie: la più recente è che due attentati suicidi e una sparatoria hanno provocato cinque vittime, ne parlano oltre quattrocento articoli. Quindi ecco la notizia dell’uccisione di un soldato della coalizione nella provincia dell’Uruzgan. Poi dieci morti in un attacco a un convoglio NATO (un soldato olandese e cinque bambini nei dettagli). Segue il giornale canadese che annuncia il ritorno a casa del corpo dell’eroico colonnello, il cinquantasettesimo soldato ucciso per il Canada. Bombardamenti contro i talebani. Una conferenza stampa annuncia che il comando NATO adotterà “misure” per ridurre le uccisioni di civili. Purtroppo l’impegno solenne è intercalato beffardamente con l’uccisione “per errore”, da parte di soldati USA, di sette poliziotti afgani. Si dice inoltre che dopo uno degli attentati ricordati sopra, un soldato americano ha aperto il fuoco uccidendo un passante e ferendone un altro, così almeno dice la polizia afgana.

di Luca Mazzucato


Dopo una settimana di scontri cruenti, che hanno lasciato sul campo un centinaio di vittime, finisce la guerra civile nella Striscia di Gaza: il movimento islamico di Hamas sbaraglia le milizie di Fatah, facendo saltare in aria il loro quartier generale a Gaza City. Gli uomini di Fatah sono in fuga dalla Striscia, mentre lentamente torna la normalità per le strade di Gaza, dopo un anno di scontri armati. In West Bank, il presidente dell'ANP Abu Mazen scioglie il governo di unità nazionale di Haniyeh e tenta il colpo di stato, formando un nuovo governo con a capo Salam Fayyad, uomo di fiducia dell'amministrazione americana, mentre a Gaza rimane in carica il premier di Hamas. Bush riconosce subito il nuovo governo palestinese di Fatah e decide di rimuovere l'embargo all'ANP, in vigore dalla vittoria elettorale di Hamas lo scorso anno, con lo scopo di trasferire soldi e armi a Fatah in West Bank. Negli ultimi giorni di caos, La Repubblica e il Ministero degli Esteri diffondono la notizia che tutti i cooperanti italiani sono stati evacuati dalla Striscia: una menzogna per non irritare la diplomazia israeliana, perché nella Striscia è ancora presente Meri, una cooperante italiana a cui le forze di Occupazione hanno rifiutato l'ingresso in Israele e che si trova ancora imprigionata a Gaza.

di Carlo Benedetti

La Russia cambia bandiera. E’ una decisione ufficiale e la vecchia insegna nazionale – rosso sangue e falcemartello in oro, che era restata privilegio dell’Armata – entra nelle vetrine dei musei come una reliquia. Lo ha deciso (con un diktat che farà discutere) il capo del Cremlino Putin il quale, con le sue continue giravolte, cerca di accontentare i nazionalisti, i monarchici e tutti i revisionisti che abitano in Russia. Bandiera rossa, quindi, addio. La storia ricorderà che nel 1848 era stata innalzata dal popolo di Parigi sulle barricate e che poi, nel 1871, i comunardi l’avevano elevata a simbolo nazionale della rivoluzione. Nell’Unione Sovietica era arrivata nel 1917 divenendo bandiera nazionale, pansovietica. Aveva accompagnato i soldati dell’Urss sino a Berlino. Aveva ornato la capsula spaziale di Gagarin ed era stata sempre alla testa delle parate civili e militari sulla piazza Rossa. Ed ora punto e fine. Lo annuncia a tutta pagina (anche con una certa ironia) il quotidiano moscovita Izvestija che così titola: “La bandiera zarista al posto di quella sovietica”.


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